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Ore 10,15: sono sull'anticima Est del Pizzo Cefalone (m 2379), quella che lo separa dal passo della Portella; ho preso la funivia alle 8,30 e poi mi sono sbrigato per i saliscendi che dal Duca mi hanno condotto fino a qui. La traccia prosegue verso la vetta principale, ma io ho un appuntamento con l'imbuto bianco immacolato che mi attira irresistibilmente verso il basso e che si incunea, esposto a Sud Est, tra il punto dove sono io e la vetta. L'inquietudine mi serpeggia addosso e mangio a malapena qualche chicco d'uvetta con lo stomaco chiuso. Sono solo, in un giorno feriale e su un itinerario pochissimo frequentato. Controllo l'ARVA anche se so che se dovesse venire giù qualcosa, con la neve pesante più in basso e dentro a un fosso, mi ritroveranno ad Agosto. Ma sono 6 giorni che c'è sole pieno e il versante è orientato a sud e la notte fa freddo e rigela; la neve sembra ben trasformata e i grumi appallocolati più in basso, nei punti più ripidi e nelle strettoie sembrano confermare che anche la neve delle ultime nevicate recenti è ormai svalangata o trasformata.
Ore 10,30: calzo gli sci e tiro su la levetta dei miei Dynafit TLT; 4 scattini, se cadrò sono certo di non perdere gli sci anche se la sicurezza dello sgancio sarà parzialmente limitata. Altri dubbi mi attanagliano la mente: "non sarà troppo presto? Se il firn è ancora gelato e le lamine non mi tengono sui 40° della pancia convessa sopra la prima strettoia, sai che volo che faccio?"
Essere soli è un grande vantaggio perché non hai la responsabilità di nessuno, ma è anche un grosso svantaggio perché non puoi confrontarti con nessuno e soprattutto non puoi condividere le ansie e le preoccupazioni. L'ultima volta che sono venuto da queste parti ero con Franco (che giornata memorabile), qualche canale più in là, verso ovest; non ho fatto altro che pensarci per tutta la salita e anche adesso. Lui ci sarebbe venuto e non sarei stato solo, ma sulla guida c'è scritto che il canale di Sud Est è più difficile di quello di Sud Ovest e già quello per Lui fu al limite della sua tecnica. "No, non glielo avrei detto comunque, troppo rischioso; meglio solo, come un cane, ma senza responsabilità. Non è giusto che per assecondare la mia vena pazzoide (come dice Sara) metta a repentaglio l'incolumità degli altri"
Il dado è tratto, mando un SMS a Sara e comincio le prime curve spostandomi sul lato destro del canale (EST) battuto dal sole da più tempo; il firn è appena smollato dal sole, le lamine tengono e via via che il pendio si fa più ripido la neve si ammorbidisce ulteriormente; tiro un sospiro di sollievo. Ho fatto i calcoli giusti con il periodo dell'anno, i giorni di insolazione dall'ultima nevicata, l'orario e il mio stato di forma. Sono contento e vado via bene, concentrato, a tornanti saltati senza stancarmi troppo fino alla prima strettoia. Qui la morsa allo stomaco che si era allentata per pochi minuti, mi attanaglia di nuovo inesorabilmente; c'è un salto di un paio di metri, si può aggirare a sinistra tra le roccette, ma è stretto, con qualche grumo di neve vecchia e un punto in ombra. Potrei togliere gli sci, mettere i ramponi e scendere con la massima tranquillità. Ma so che ce la posso fare con gli sci e ci voglio provare; in caso di caduta il rischio è minimo, c'è neve morbida quattro o cinque metri più in basso, se proprio mi dice male al massimo mi posso prendere una bella sgrugnata sulle roccette (mannaggia a me, ci vuole il casco per fare queste cose!) o mi posso fratturare un arto, la vita, no, senz’altro non è a rischio.
Respiro profondo e parto; taglio il canale in diagonale sopra il salto, c'è il punto in ombra (maledetto, lo sapevo) che mi fa perdere le code per un attimo, ma superata la rigola, di la c'è di nuovo il sole e riesco a piazzare una curva sul morbido proprio sopra le infide roccette che mi dicono "vieni, vieni, vieniti a sgrugnare un po’ qua sopra"...
Ritaglio a destra per una specie di cengetta e sono di nuovo nel canale sotto al salto. La neve è tutto un miscuglio di pallocchi, grumi e scaglie di dinosauro, ma si scende, per altri 10 metri, con molta, ma molta attenzione.
Poi finalmente il pendio spiana un po’, la neve è morbida, senza grumi e piacevolissima; c'è un'altra strettoia più in basso, ma non fa paura, la sciata è sempre composta, piacevole e mai facile, ma entusiasmante per questo. Quando mi volto indietro, vedo ancora qualcosa di appeso alle rocce che non mi piace. "Proprio adesso, una valanga no" mi dico ...
Velocizzo l'andatura, sono fresco per fortuna, e mi esibisco in una serie di curve tra i pallocchi di neve, ormai morbida, come se stessi facendo uno slalom gigante. Vado via come una furia, non mi piace stare in mezzo a questo canyon finale con tutta questa neve ancora in giro. Vedo la fine: la valanga "vecchia" ha spianato tutto per centinai a di metri e poi si è arrestata quasi con un bordo netto lasciando spazio ai prati e al bosco. Guardo di nuovo l'ora: le 11,00; solo mezzora per una discesa che mi è sembrata un'eternità. L'adrenalina piano piano comincia a smaltirsi, mentre mi avvio con gli sci in spalla verso Fonte Cerreto.
Giorgio Giua
Classe 1956, è nato e vive a Roma, ingegnere, lavora in un’azienda di telecomunicazioni.
Appassionato da sempre di attività outdoor, frequenta la montagna in tutte le stagioni prediligendo lo sci alpinismo, ma apprezzando molto anche le tranquille passeggiate nei boschi autunnali e le lunghe galoppate di cresta estive.
Membro del club dei 2000 ha superato di recente l’obbiettivo delle 200 cime appenniniche over 2.000 raggiunte. Conosce discretamente le alpi occidentali, in particolare il Vallese, il gruppo dell’Ortles-Cevedale, le Dolomiti, le Alpi Giulie e le Alpi Apuane.
Non arrampica, ma pratica un escursionismo “avanzato” che gli consente di superare in sicurezza passaggi di II° su roccia e PD su ghiaccio.
Ha collaborato con La Rivista del CAI (“P come Picos d’Europa” – mar/apr 2009; “Haute Route Chamonix – Zermatt - Il fascino irresistibile di un mito” – gen/feb 2010) e scrive talvolta piccoli racconti per i siti di amici).
