Sono passati vent’anni da quella epica giornata del 22 maggio 1999, in cui Marco Pantani scrisse l’ennesima pagina del ciclismo italiano. Il “Pirata” quel giorno percorse i 26 chilometri tra Fonte Cerreto e Campo Imperatore in 53 minuti e 50 secondi, superando i 1371 metri di dislivello alla media di oltre 29 chilometri orari, staccando tutti gli avversari.

Nonostante la primavera inoltrata, il Gran Sasso aspettava i ciclisti nel migliore dei modi per fare da cornice a un’impresa epica. Tre gradi di temperatura, neve ai lati della strada pulita per l’occasione, diluvio in corso e nebbia alle ultime curve.

Erano le 16 e 04 quando Pantani ha deciso di mollare gli ormeggi del gruppo e semina il terrore fra i nemici. Un quarto d’ora più tardi aveva conquistato tappa e maglia rosa. Staccati tutti gli avversari: Jimenez a 23″, Zuelle a 26″, Ivan Gotti a 33″, Camenzind a un minuto secco, Jalabert a 1′ 15″, Di Luca a 1′ 33″ e Rebellin a 2′ 27″. Il tutto in meno di tre chilometri.

Il campione arriva al traguardo tra la folla in delirio che lo ha accompagnato lungo i tornanti. Lui ha regalato mezzo sorriso e alzato con un cenno minimo la mano destra. Gli avversari arrivano stremati e in parte umiliati. Il messaggio è chiaro: in montagna comando io.

Pantani l’anno prima aveva vinto il Giro d’Italia e il Tour de France, ma quei giorni del 1999 furono l’inizio della sua fine. Escluso dal Giro a Madonna di Campiglio, a seguito di un valore di ematocrito al di sopra del consentito (secondo quanto affermato dalla Procura di Forlì nel 2016, il test fu alterato su ordine di un clan camorristico per eliminare il ciclista dalla corsa al fine di truccare le scommesse sportive), Pantani risentì del clamore mediatico suscitato dalla vicenda e, pur tornato alle gare non molto tempo dopo, raggiunse solo sporadicamente i livelli cui era abituato. Caduto in depressione, morì il 14 febbraio 2004 a Rimini, per intossicazione acuta da cocaina e psicofarmaci antidepressivi, con conseguente edema polmonare e cerebrale, così come provato dall’autopsia del 2004 e da una successiva perizia medico-legale del 2015.

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