Avrebbe compiuto 43 anni oggi Daniele Nardi, l’alpinista tragicamente scomparso sul Nanga Parbat lo scorso 25 febbraio.

Nato a Sezze il 24 giugno 1976 era cresciuto sul Monte Semprevisa, dove ora gli è stato dedicato un sentiero. Proprio su questa vetta il 10 luglio 2016 aveva sposato Daniela Morazzano, da cui il 17 settembre 2018 era nato il figlio Mattia.

Nardi è stato istruttore di arrampicata e alpinismo della Lega Montagna dell’UISP. È stato inoltre a capo del progetto Mountain Freedom, associazione con l’obiettivo di divulgare la cultura della montagna.

Dal 2009 si occupava di progetti di solidarietà in Nepal e Pakistan, portando la bandiera per i diritti umani sulle vette che scala.

Molte le sue imprese alpinistiche

Nel 2004 avevascalato l’Everest, nel 2005 la cima middle dello Shisha Pangma (8.027 metri) e nel 2006 l’Aconcagua con un gruppo di alpinisti del Lazio, nell’ambito della spedizione “Missione città di Latina”. Nello stesso anno tenta la vetta del Makalu e scala il Nanga Parbat (8.125 metri), passando dal versante Diamir, e il Broad Peak (8.045 metri) in soli 30 giorni.

Il 20 giugno del 2007 scala il K2 nella spedizione “K2 Freedom 2007”, seguita dalla Rai, che realizza un film documentario intitolato K2: Il sogno, l’incubo, curato da Marco Mazzocchi e trasmesso su Rai 2.

Nel 2009 tenta una via nuova sulla parete nord dell’Ama Dablam. La via di salita avrebbe permesso di raggiungere la vetta dello TsuRo Ri di 6.200 metri che poi avrebbe portato attraverso una cresta lunga e sottile alla vetta dell’Ama Dablam, cima di fronte all’Everest. La via resta incompleta a 200 metri dalla cresta. Con Lorenzo Angelozzi apre una nuova via intitolata Telegraph Road (come l’omonima canzone dei Dire Straits), di oltre 1.000 metri, sul Farol West (6.370 metri), in Pakistan. Con lo stesso Angelozzi, conquista una cima inviolata di 6.334 metri, chiamata proprio da Nardi “Peak of Freedom” o “Punta Margherita”.

Nel marzo 2010 Nardi, Giovanni Pagnoncelli e Ferdinando Rollando aprono una nuova via Direttissima (difficoltà complessiva TD+) sulla parete nordest dello Jägerhorn, nel massiccio del Monte Rosa.

Nel 2015, dopo aver partecipato al tentativo di invernale sul Nanga Parbat del team di Alex Txikon, parte per una spedizione capitanata dallo spagnolo con obiettivo il Thalay Sagar, montagna indiana di 6904 metri. Non riescono a completare la salita fino alla cima ma aprono una nuova via, chiamata Askatasun Taupadak (Beats of Freedom), di circa 600 metri sui graniti dello sperone nordovest, variante alla via compiuta dagli svizzeri nel 2004 Stephan Siegrist, Denis Burdet, Thomas Senf e Ralph Weber.

Nell’inverno 2013 tenta insieme a Elisabeth Revol la scalata invernale al Nanga Parbat. A causa di un principio di congelamento delle dita deve però rinunciare interrompendo la scalata allo Sperone Mummery (6.450 metri).

Nel 2014 ritenta la conquista invernale al Nanga Parbat, questa volta in solitaria con l’obiettivo di terminare la salita allo sperone Mummery, la via più diretta del versante Diamir verso la vetta del Nanga Parbat. Partito dall’Italia il 20 gennaio 2014, rimane un mese al campo base in attesa di una finestra di bel tempo che però non giunge.

Parte per il terzo tentativo di scalata dello sperone Mummery nell’inverno del 2014-2015. Parte per la spedizione il 27 dicembre 2014 insieme a Roberto Delle Monache e Federico Santini, videomaker della spedizione. Giunge a circa 7800 metri di altitudine ma per un errore nell’individuare il canalone che porta alla vetta sulla piramide sommitale, rientrano a C4 e il giorno successivo rientrano a CB per stanchezza e le condizioni non buone di Ali Sadpara.

Con Alex Txikon partecipa alla nuova spedizione organizzata da Txikon stesso sul Nanga Parbat, nell’inverno 2015-2016. Dopo aver raggiunto i 6700 metri, disaccordi con Alex Txikon e Simone Moro (che nel frattempo si aggrega su invito al team di Txikon) fanno decidere a Nardi il ritiro dalla spedizione, con notevole strascico di polemiche.

La spedizione invernale 2018-2019 sul Nanga Parbat

Il 18 dicembre 2018 Daniele Nardi parte dall’aeroporto di Fiumicino, giungendo a Islamabad, dove incontra gli studenti dell’università e l’ambasciatore italiano. Con un volo interno, raggiunge Chilas unitamente a Tom Ballard. Nel giorno di Natale la spedizione giunge al villaggio di Ser, dove donano ai bambini materiale didattico portato dall’Italia. Il 29 dicembre i due giungono finalmente al campo base, ai piedi del Nanga Parbat, mentre il 31 si conclude l’allestimento del campo 1 a quota 4.700 m s.l.m.. Il 5 gennaio il gruppo raggiunge il campo 2 a 5.100 m s.l.m., nonostante una temperatura di -25 °C, mentre il 9 gennaio viene raggiunto il campo 3 a 5.725 m s.l.m. sotto lo sperone Mummery.[29]. Dopo cinque giorni trascorsi per l’acclimatamento e trasporto del materiale in quota, il 16 gennaio Daniele e Tom arrivano a quota 6.200 m s.l.m., laddove Nardi aveva tentato l’ascesa nel 2013 con Elisabeth Revol.

Una perturbazione interrompe l’ascesa per diverse settimane, dato anche l’alto rischio di valanghe, a cui si aggiunge anche una scossa di terremoto. Il 22 febbraio arriva una schiarita: Daniele e Tom partono dal campo base, arrivando fino al campo 2. Il giorno successivo raggiungono direttamente il campo 4, proseguendo poi fino a quota 6.300 m s.l.m., per poi ridiscendere al C4 a causa della nebbia, nevischio e raffiche di vento. Il 25 febbraio si perdono definitivamente i contatti radio con i due alpinisti, mentre il 26 viene attivato il sistema di soccorso pakistano, che però viene rallentato dall’improvviso scoppio di un conflitto militare ai confini con l’India, che determina la chiusura dello spazio aereo pakistano. Dopo un primo sorvolo avvenuto il 28 febbraio con esito negativo, viene deciso di prelevare quattro alpinisti esperti che si trovavano sul K2, tra cui il basco Alex Txikon, e di aviotrasportarli sul Nanga Parbat, ma a causa del maltempo riescono ad arrivare al campo base solo il 4 marzo. Il 6 marzo vengono avvistati con un teleobiettivo i corpi senza vita di Daniele e Tom legati a delle corde fisse, ma la notizia viene confermata solo il 9 marzo. A causa dell’impossibilità e pericolosità del luogo, non è al momento possibile procedere al recupero delle salme dei due alpinisti.

«Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che non si è arreso e, se non dovessi tornare, il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare, perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea… Vale la pena farlo.»

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