Buongiorno Eleonora, grazie per il tempo che ci stai dedicando.

Inizierei questa piccola intervista con una domanda che abbiamo fatto anche ai tuoi colleghi Luca e Carlotta: come sei diventata rifugista?

Come sono diventata rifugista

Buongiorno a voi e grazie per l’interessamento che state dimostrando verso i rifugi e i rifugisti.

La mia non è stata una vocazione, non sognavo di essere rifugista, del resto ancora oggi si fa fatica a riconoscerlo come ‘mestiere’, figuriamoci quando ho cominciato…

Comunque è stato agli inizi degli anni 90, ero già iscritta al Cai di Roma, nel gruppo dell’Alpinismo Giovanile, e il gestore di allora del Sebastiani, il nostro caro amico Lamberto Felici, ci chiese di dargli una mano. Per dei giovani appassionati di montagna la possibilità di guadagnare qualcosa in estate, in più in mezzo alle montagne… ci sembrò una splendida occasione. Poi Lamberto decise di gestire il Duca degli Abruzzi e, in qualche modo, noi ereditammo le sue fatiche e il suo entusiasmo, insieme ad un rifugio che era ancora agli inizi. Di quegli anni ricordo la sensazione di avere iniziato qualcosa di importante e completamente da inventare. 

Ringrazio ancora il Consiglio del Cai di Roma che ebbe fiducia in noi quando presentammo richiesta per una gestione ufficiale.

Il Rifugio da te gestito, il Sebastiani è un punto di riferimento per gli escursionisti che vogliono esplorare uno dei parchi più belli dell’appennino, ma qual è la sua storia?

Il Rifugio porta il nome di Vincenzo Sebastiani, socio del Cai di Roma e Comandante del Corpo dei Vigili del Fuoco sempre di Roma. Un uomo di grande valore e meriti deceduto durante la guerra del 15-18 a Gorizia.

Il rifugio venne costruito successivamente e inaugurato nel 1922,  per moltissimi anni è stato poco più di un bivacco invernale sempre aperto. E’ stato incendiato due volte, ma credo che non si sia mai saputo il motivo né i colpevoli. I primi a tentare di rimetterlo in sesto ed avviare una gestione  furono i soci Francesco Tanzarella e Carlo Cecchi, due veri pionieri nella gestione dei rifugi. Con grande entusiasmo e fatica si caricarono a spalla tavoli, panche e molto altro per tentare di organizzare uno spazio accogliente. Ma in quegli anni e probabilmente anche prima, tante furono le persone che so che contribuirono. Ancora adesso mi capita di ascoltare aneddoti da gente del luogo o soci Cai che vengono al rifugio e mi raccontano di pezzi del rifugio che si sono letteralmente caricati: recentemente parlando con Silvio Jovane e sua moglie ho scoperto che portarono loro la stufa a legna che ricordo è rimasta lì fino a quando quando arrivai io al rifugio e un poco oltre. 

A Tanzarella e Cecchi seguì Lamberto e poi diventa storia recente.

Il tuo è sicuramente un lavoro molto duro, con orari difficilmente paragonabili a quelli di chi lavora in città, vuoi raccontarci la tua giornata tipo?

Io mi sveglio verso le 5.30/6.00 e credo che molta gente che vive in città abbia orari di questo tipo, la differenza è che non devo farmi due ore di macchina nel traffico per raggiungere un ufficio ma sono già a lavoro. Questo è il bello ma anche un grosso limite: non si stacca mai.

Poi la giornata prosegue coordinando un po’ il tutto: dalle colazioni all’organizzazione del pranzo, un occhio al magazzino per organizzare il prossimo carico, rispondere al telefono, pulire, cucinare. Organizzo in genere la sera prima quello che c’è da fare durante la giornata seguente cosicché anche i miei collaboratori sanno già a che ora si devono alzare, chi è impegnato in cosa e come procederà la giornata. Naturalmente non mancano mai gli imprevisti. In un rifugio anche la banale rottura di un tubo fa saltare tutti i programmi, però ci proviamo.

Con tutta la gente che ospiti sicuramente ti sarà capitato di ricevere qualche richiesta buffa o stravagante. Ce ne racconti alcune?

Certo, le persone riescono ancora a stupirmi dopo tanti anni. Arrivano in rifugio e per alcuni si tratta veramente di una grande impresa. Mi piace il loro entusiasmo e, grazie a loro, anche il mio in qualche modo si rinnova. 

Gli aneddoti, mi perdonerete, ma li tengo per me, sono segreti tra escursionisti e rifugista,  follie che hanno una logica perché dettate da momenti di pura stanchezza.

L’inverno sta arrivando. Come si prepara il rifugio Sebastiani e quali consigli ti senti di dare agli escursionisti e alpinisti?

Negli ultimi anni il rifugio è diventato un’importante meta anche per le persone che vivono la montagna in inverno, questo mi fa piacere. 

Questo inverno il rifugio sarà chiuso. Il Cai di Roma d’accordo con la gestione ha deciso di non aprire per organizzare il rifugio fin da ora per i prossimi lavori di ristrutturazione ed ampliamento che coinvolgeranno la struttura. Questo naturalmente ci dispiace, soprattutto perché immagino la delusione di molti. Ma i lavori sono necessari e ci permetteranno, a noi e a tutti, di vivere meglio il nostro stare al Sebastiani, a noi che ci lavoriamo e ai nostri ospiti che hanno già dimostrato di sapersi adattare alla semplicità ed essenzialità della struttura.

Gli escursionisti troveranno a disposizione il locale invernale con tre posti letto con relativi materassi e coperte. 

Sei stata molto gentile ti ringraziamo per il tuo lavoro e per la piccola intervista.

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