Il rifugio Massimo Rinaldi è legato ad uno dei giorni più felici della mia vita. Non sono un amante dei festeggiamenti mondani e ancor meno amo stare al centro dell’attenzione, ma la laurea è stata un traguardo sofferto ed importante per me e meritava di essere onorata in un modo speciale. Gran parte delle mie emozioni più preziose sono legate alla montagna e volevo che in qualche modo anche questo giorno fosse legato all’alta quota.

I dintorni di Roma hanno diversi rifugi o ristoranti in ambiente montano facilmente raggiungibili in auto e allora perché proprio il Rinaldi? La risposta è semplice. Perché la salita per arrivarci è impegnativa ma fattibile da chiunque abbia due gambe e la voglia di riempirsi gli occhi di bellezza e, visto che gran parte dei miei amici era totalmente digiuna di escursioni montane, volevo regalare loro la soddisfazione di arrivare su una cima e poter godere di un pasto saporito con la consapevolezza di esserselo guadagnato. 

Oltre a ciò, avevo avuto modo di conoscere Emanuele Ludovisi sia in occasione di alcune gare di trail running (io ovviamente lo vedevo solo prima della partenza e poi dopo l’arrivo, quando lui saliva immancabilmente sul podio), sia in occasione della “Sherpa Vertikal” dello scorso giugno e sapevo che essere ospite del suo rifugio avrebbe voluto dire sentirsi a casa.

È per questi motivi che, quando gli amici di Appennino.tv mi hanno chiesto se volessi curare personalmente questa intervista, ho accettato immediatamente. E la profondità delle risposte che ho ricevuto da Emanuele mi ha reso orgoglioso di essermi assunto questo impegno.

Luca Filacchione
Nonostante la fatica della salita, la vista dal Rinaldi regala solo grandi sorrisi. (Foto di Francesco Filacchione)

Ciao Emanuele e grazie mille per aver accettato di dedicarmi un po’ del tuo tempo. Iniziamo con una domanda che ci permetta di conoscerti un po’. Di cosa ti occupavi prima di prendere in gestione il rifugio Rinaldi? Cosa ti ha spinto a diventare rifugista?

Ciao Luca! Il mio lavoro da sempre è in mezzo alla natura e a stretto contatto con gli animali, più precisamente facevo (e, compatibilmente con gli impegni del rifugio, continuo a fare) il maniscalco, quindi il podologo equino, potremmo dire. Un lavoro bellissimo che, nonostante la sua durezza, mi ha sempre permesso sia di trascorrere molte ore all’aria aperta, sia di poter gestire liberamente il tempo per dedicarlo alle mie passioni. A tutti gli effetti si è trattato di una passione trasformata in lavoro, come poi è stato per il mestiere di rifugista.

Ho scelto di prendere in gestione il Rinaldi in primo luogo perché amo la montagna e la natura e, inoltre, perché sono continuamente ed irrimediabilmente attratto dall’avventura e dalle sfide difficili. 

In un’intervista dopo la vittoria del Gran Trail dei Monti Simbruni del 2017 (90.2km e 6230m D+, ndr), alla domanda “Che consiglio daresti a chi vuole avvicinarsi all’ultratrail?” rispondesti “Osare. Tanti non si sentono mai pronti a fare una cosa, ma bisogna mettersi le scarpe e osare”.

Hai adottato la stessa filosofia anche nella scelta di diventare rifugista? Quali sono gli insegnamenti appresi facendo gare di ultratrail che stai trovando utili anche nel tuo nuovo lavoro?

Sì, ricordo bene quell’intervista e mi è capitato di riguardarla poco tempo fa, provando anche un po’ di nostalgia per quei momenti unici. 

“Osare” per me è la parola d’ordine, in tutto quello che faccio. Nella corsa, nel trail, ma anche in ogni altro ambito della vita, non bisogna temere di non essere pronti e rimandare per paura di non essere all’altezza. A mio avviso è categorico avere la consapevolezza che i propri sogni siano raggiungibili, perché solo così si può dare il proprio 100% e trasformarli in realtà. Questo è l’insegnamento più grande che mi hanno dato le gare di lunga distanza e, soprattutto, mi hanno permesso di riscoprire il piacere dell’avventura e di tornare in contatto con i miei sogni di bambino, che per un periodo avevo dimenticato.

L’ultratrail è una splendida metafora della vita, perché l’unico modo per sentirsi realizzati e per raggiungere i propri obiettivi è mettersi le scarpe e macinare chilometri, e questo vale nella corsa, ma in modo analogo, si può applicare a qualsiasi contesto. Ero consapevole che scegliere la vita del rifugista avrebbe voluto dire andare incontro ad un mestiere faticoso, ma nella mia vita la fatica mi ha sempre dato enormi gratificazioni.

Passiamo a qualche domanda un po’ più personale. Hai un figlio piccolo, Noah. L’idea di farlo crescere a stretto contatto con la natura ha influito sulla decisione di prendere in gestione il rifugio? Cosa credi possa insegnargli il fatto di crescere con due genitori rifugisti? La scelta di prendere in gestione il rifugio è stata condivisa con Claudia, la tua compagna?

Noah adesso ha poco più di due anni e da sempre lo abbiamo fatto crescere in mezzo agli animali ed alla natura, in un contesto tutt’altro che metropolitano. Sicuramente le nostre più grandi perplessità prima di intraprendere questa strada erano legate a lui. Il Rinaldi è un rifugio particolare, collocato in una posizione spettacolare ma impervia per un bimbo così piccolo, sul cucuzzolo della montagna, e sapevamo che sarebbe stato impegnativo gestire i momenti maggiormente caotici, senza poterlo mai perdere di vista.

Claudia mi ha sempre supportato ed è stata fondamentale. A lei inizialmente è pesata un pochino di più questa situazione, perché un rifugio come il Rinaldi ha delle difficoltà di gestione che io ho sempre affrontato con un approccio positivo perchè supportato da una smisurata passione, mentre lei aveva maggiori remore, ma sono felice del fatto che mi ha comunque sempre seguito con amore e mettendo anche lei tantissima passione in questa nuova avventura. 

Non posso negare che per entrambi la preoccupazione per il piccolino sia stata uno dei problemi principali, perché, soprattutto quando avevamo un gran numero di ospiti, poteva anche diventare pericoloso. Ma lui adesso già corricchia a filo di cresta e per me è una immensa soddisfazione. Non sono un papà che gli dice “Non correre! Vai piano!”, ma gli sto attaccatissimo e gli dico “Corri, vai papà! Corri forte!”, perché reputo fondamentale non limitare la natura dei bambini. L’importante è avere mille occhi ed essere sempre presenti. [Mi viene da pensare che anche un certo Kilian Jornet è cresciuto in un rifugio. Nel caso del piccolo Ludovisi la genetica è sicuramente favorevole. Se tanto mi dà tanto… ndr]

Comunque, a prescindere dall’amore per la natura, la montagna e gli animali, quello che spero maggiormente è di trasmettergli dei principi di lealtà, che secondo me l’alta quota ha intrinsecamente connaturati dentro di sé. Lealtà verso le persone, verso Madre Natura e verso se stessi. Questa è la cosa primaria. La vita in montagna è una vita che ti spoglia completamente del superfluo e, anche se non so se riuscirà ad apprezzarlo da subito, spero con tutto il cuore che possa farlo un giorno.

Emanuele, Claudia e Noah davanti alla porta d’ingresso del Rifugio Rinaldi. (Foto di Emanuele Ludovisi)

Hai accennato alle difficoltà che bisogna affrontare in un rifugio come il Rinaldi. Quali sono le maggiori criticità?

Le criticità del Rinaldi sono fondamentalmente due.

In primo luogo, la pochissima acqua a disposizione. È un rifugio appenninico che non può attingere da nessun ghiacciaio e il problema principale non è tanto l’acqua potabile per bere e cucinare, quanto quella per i servizi, ossia per poter usufruire del bagno e provvedere al lavaggio dei piatti. A tal proposito, stiamo cercando per il prossimo anno di potenziare il sistema di raccolta di acqua piovana di cui è fornito il rifugio, che funziona benissimo ed è veramente efficace, per ampliare le cisterne ed accumulare più acqua. Con qualche migliaio di litri di capienza in più, la vita del rifugio potrebbe essere decisamente più facile. 

Oltre a ciò, anche i rifornimenti costituiscono una delle maggiori difficoltà, in quanto tutto il necessario è portato su con le mie forze e, soprattutto, con le forze delle mie compagne di avventura e di fatica: Stella e Alpina, le due mule che mi affiancano in questo duro lavoro. Il loro contributo è stato assolutamente prezioso e di fondamentale importanza, senza di loro non sarebbe stato neanche pensabile poter aprire il rifugio. Quest’anno, solo di bevande di vario genere, abbiamo portato su oltre quattromila litri, tutto sulle mie spalle e sulla loro schiena. Devo veramente molto a loro. [Sulla pagina fb del rifugio è possibile vedere molti video di Emanuele insieme alle sue due principesse. L’attenzione e la riconoscenza che Emanuele ha nei confronti di questi due splendidi animali è davvero commovente a volte, ndr]

Ci tengo anche a menzionare una iniziativa che ho organizzato a inizio giugno e che ho voluto chiamare “Sherpa Vertikal”. Prendendo spunto da altri eventi simili che hanno luogo su al Nord, abbiamo fatto una salita goliardica e non competitiva, dove ognuno ha portato su un po’ di peso, 6kg le donne e 8kg gli uomini. Alla fine abbiamo dato una medaglia a tutti coloro che hanno voluto dare il loro prezioso contributo e offerto un piatto di pasta su al rifugio. È stata una bellissima giornata e la risposta ottenuta è andata decisamente oltre le più rosee aspettative: hanno partecipato quasi 80 persone e, dati i tempi strettissimi con cui la abbiamo organizzata, è davvero un dato che mi ha sorpreso. Secondo me, iniziative di questo genere andrebbero proposte a tutti i rifugi e, anzi, sarebbe bello organizzare un evento comune e magari farlo diventare, solo per chi vuole, anche competitivo, facendo una sorta di classifica con dei premi in palio.

La mula Stella si gode il panorama su Pian de Valli. (Foto di Francesco Filacchione)
La medaglia della “Sherpa Vertikal”, che chi ha scritto questo articolo custodisce come un cimelio. (Foto di Luca Filacchione)

Il rifugio è attivo dall’inizio di quest’anno. Come è andata questa prima stagione estiva?

Ufficialmente ho la gestione del rifugio dallo scorso gennaio. La stagione è andata benissimo, al di sopra delle previsioni. La mia è stata una decisione un po’ rischiosa, ma di quelle che piacciono a me, e questa prima annata mi ha lasciato assolutamente soddisfatto. Paradossalmente la cosa più faticosa per me è il caos esagerato che a volte si genera nel finesettimana o in giornate particolari come il Ferragosto, ma d’altronde fa parte del lavoro, quindi si stringono i denti e si cerca sempre di accontentare tutti al meglio delle nostre possibilità e con il sorriso sul volto. Sono molto contento di questo stile di vita e sento di amare questo lavoro, con tutti i suoi pro ed i suoi contro.

Una delle idee connesse alla gestione del rifugio era la possibilità di vivermi pienamente la montagna e girare a più non posso tutti i sentieri della zona, perché è la mia passione, ma praticamente non ho girato quasi per nulla. Sono riuscito a rifarmi un po’ a metà settembre, ma poco rispetto a quelli che erano i miei piani originari.

Ormai da alcuni anni si cerca di mettere in atto dei progetti volti alla riqualificazione del Terminillo. Quali sarebbero le tue proposte in tal senso? 

Da tanti anni si cerca di rilanciare il territorio e si vocifera di progetti volti a potenziare l’attrattività turistica della zona. Secondo me il Terminillo è una montagna con potenzialità enormi, perché è accessibile a tutti e perché permette di praticare un numero spropositato di attività.

Sicuramente la mia idea è quella di non stravolgere quello che esiste, ma piuttosto di riqualificare quello che già c’è. Diverse strutture e parecchi impianti sono stati abbandonati a seguito della scadenza delle concessioni e a mio avviso sarebbe sufficiente ripristinare quelli, nient’altro. 

Sarei sicuramente favorevole a creare attività parallele a quelle già esistenti, purchè siano a basso impatto ambientale. Penso ad esempio ad un Bike Park (che probabilmente vedrà la luce già dal prossimo anno), che preveda l’utilizzo degli impianti di risalita anche in estate e dei percorsi appositi per le bici che non vadano in conflitto con i sentieri escursionistici.

A proposito di riqualificazione: c’è una seggiovia ormai dismessa che porta su al rifugio (la seggiovia del Conetto, ndr). Un suo eventuale ripristino potrebbe garantire un ritorno economico molto consistente per il rifugio. Qual è il tuo pensiero in proposito?

Non sei di certo il primo che mi fa questa osservazione. È tutto vero ciò che dici, ma io non sono d’accordo. Per il mio modo di vedere le cose, l’anima del rifugio è legata alla fatica, al sacrificio, all’idea di arrivare su a piedi e trovare ristoro godendo di quello che si è fatto. Quindi, secondo me, quella del Conetto (tenendo in considerazione che quella discesa è sempre stata raramente praticabile e sfruttata pochissimo a livello sciistico) è una seggiovia che andrebbe smantellata. 

Attenzione, non voglio risultare snob o elitario, sia chiaro, ma snaturare un rifugio come il Rinaldi non è assolutamente tra i miei desideri. Ritengo debba salire su al rifugio chi sente veramente la voglia di confrontarsi con la montagna e di vivere il piacere intenso dell’ascesa e non chi cerca soltanto uno spritz o una birra a duemila metri e sale con gli impianti per prendere il sole sul piazzale, altrimenti l’anima del rifugio ne sarebbe tristemente sminuita.  

Grazie mille per la chiacchierata, Emanuele, e grazie soprattutto per aver fornito (a me e a chiunque avrà voglia e modo di leggere questa intervista) spunti di riflessione preziosi e assolutamente non banali.

La vista mozzafiato dal piazzale antistante il rifugio. (Foto di Francesco Filacchione)

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