Il 29 febbraio del 1960, dopo una giornata di ricognizione, ed un precedente tentativo arrestatosi dopo le prime lunghezze, Betto Pinelli, Mario Lopriore, Gian Carlo Castelli, Franco Cravino (partecipa ai sopralluoghi Silvio Jovane), conquistano il paretone, in invernale, per la via aperta nel 1922 da Enrico Jannetta.

Di seguito i racconti dei protagonisti di quell’impresa.

Domenica 28 Febbraio 1960. Dal diario di Mario Lopriore

Betto: « pronto, senti partiamo domani per il paretone, devi venire! » – « Ma … ».
Betto: « dai, dai, c’è un posto in macchina perchè Gian Carlo si è rotto la testa! ».« Mi dispiace, come? ».Betto: « Lascia perdere sei proprio fortunato! ».
Sono così partito senza allenamento e con vaghe nozioni sulla parete: M1, Farfalla, M2, che nomi strani! ».
Dal diario di Silvio:
« Un brevissimo capitoletto chiuso mentre Pinelli zagaglia che vuole andare al paretone. Ma la tentazione è forte,
soprattutto perchè il tempo è bello e le condizioni si presume lo siano pure …

Lunedì 29 Febbraio: tempo ancora bello

Lopriore verrà con noi. Normale lunga attesa sotto il portone aspettando la
600 di Cravino che arriva solo alle 3,15. Corriamo da Lopriore, lo carichiamo e filiamo via sulla Salaria, carichi strazzeppi con zaini fra le gambe,
sulle ginocchia, sulla schiena e sotto i sedili corde, scarponi, piccozze. Non
ho il coraggio di pensare dove saremo domani a quest’ora, perchè oramai
la fiducia di vederci alti o prossimi alla fine della parete non esiste più;
tanto certo sono del contrario che ho detto a papà che torno domani sera.
Ma anche così si va volentieri perchè si riesce sempre a sghignazzare e
dire stupidaggini, ed in secondo luogo l’ambiente verso cui ci dirigiamo è
talmente grandioso e riposante che anche se i programmi sono costituiti
da fregature, è sempre bello andare… »

Dal diario di Cravino:

« Sono partito con molta speranza di riuscita ogni
volta che sono andato a S. Nicola, anche con la sola intenzione di fare
una passeggiata, è nevicato con tale entusiasmo da farmi cambiare
subito idea -».

A Casale S. Nicola, dove ora si arriva in macchina, veniamo accolti con la solita cordialità dai nostri amici contadini i
quali ci mettono a disposizione la loro casa ed il loro fienile. Subito ne approfittiamo, inondando del contenuto dei nostri
enormi zaini la cucina, nell’onorevole ma vano tentativo di ridimensionare i carichi; e ci sediamo quindi un poco
«intorno al fuoco che arde tra gatti spelacchiati e sporchi di cenere e ragazzini sonnacchiosi» (Silvio), cercando di far
capire per l’ennesima volta ai nostri ospiti terrorizzati che noi non cerchiamo di salire all’Arapietra, (ciò che rappresenta
per loro, a questa stagione, il limite estremo dell’ardire umano), ma proprio in vetta al « Corno » del Gran Sasso su per
la parete. Fatica come sempre sprecata: fanno segno di sì, sorridono e poi rispondono: « L’avevamo già capito che
andate alla Madonnina! »
E sia! Mi ritiro in buon ordine lasciando la parola a Silvio: « Scendiamo nella camera per noi,… qualche ragnatela un
po’ di polvere, un fienile; una spianatina con il forcone ed il letto è pronto. Chi si infila i mutandoni, chi approfitta per
uscire dalla finestra e fare un giretto per i tetti dando una sgamatina alla nostra parete… quindi ci ammucchiarno sul
fieno e ci addormentiamo accompagnati da tonfi sordi, gorgogliare d’acque e ruminare di vacche. Penso che avremmo
potuto fare una bella dormita se dopo solo due ore e mezzo non fosse suonata la sveglia. Salutiamo le nostre bestie e
risaliamo nella stanza tutta per noi adesso; un piccolo placido fuochetto brucia ancora e ci prepara il tè… Poi la porta di
casa si chiude e siamo per strada, nella stradetta silenziosa e fangosa che ci porterà alla parete. »
E Cravino continua: « Attraversiamo il paese con i soliti tremila cani che si passano la voce… il tempo non promette
nulla di buono – la temperatura è primaverile e probabilmente la neve sarà marcia – andremo avanti fino a che
possibile… »
Eccomi ancora una volta su per il sentiero di San Nicola che ormai conosco a memoria mentre il paretone nero sul
cielo ogni volta che torno mi sembra più grande e irraggiungibile. E intanto rifletto, tutto immerso in me stesso, sul
fascino di queste montagne abruzzesi insieme misteriose e familiari, che accomunano (e non solo nella fantasia dei
locali!) l’alpinista al pellegrino che va a sciogliere un voto, al cacciatore di frodo, al brigante, al cercatore di tesori e
riportano sulla nostra vocazione di « salitori di cime » ormai cristallizzate nelle sue purissime forme alpine, un soffio
caldo e commovente di epoche e di credenze passate.
Un soffio caldo… addio meditazione!
E’ veramente un soffio di vento caldo quello che mi accarezza ìa nuca e spinge verso di noi dal mare un banco nero
di nuvole preoccupanti! Che il tempo si stia davvero guastando secondo le previsioni di Franco? Comunque sia,
abbiamo deciso di andare avanti fino a che rimarrà una possibilità di ritirata, e continuiamo perciò ad avanzare,
sempre cupi e pessimisti, anche quando ci accorgiamo che la neve dei canalone è veramente marcia e le pareti già a
quest’ora cominciano il loro bombardamento di pietre e ghiaccio.
Giungiamo alla forcella con un notevole anticipo, la notte è ancora fonda e ci dobbiamo fermare ad aspettare i primi
barlumi di luce per attaccare le difficoltà; una sosta di quasi due ore che io trascorro interamente ad armeggiare
intorno ai miei ramponi ribelli, mentre i miei compagni, olimpicamente indifferenti ad una così grave tragedia, si
appisolano contro le rocce, la faccia attraversata in tutta la sua larghezza da un odioso sorriso di beatitudine.
Quindi finalmente di nuovo in marcia. Silvio che è in quel momento in testa racconta:
« Attacchiamo velocemente i primi metri; cominciamo ad affondare ma poi migliora; in breve siamo al passaggio di
roccia dell’altr’anno, ma il canalino ora è bianco, completamente coperto di una colata di neve; lo supero agevolmente
benchè tema che qualche pezzo di pendio frani, quindi su per le rocce pulite. Al di sopra inizia la traversata… la neve
sembra buona ma purtroppo fra poco arriverà il sole. Ci leghiamo a 80 m. ed il sistema funziona alla perfezione
considerando soprattutto il sibilare dei proiettili di ghiaccio e roccia nel canale; più veloce possibile supero l’M1 su neve
marcissima e ne esco sudato e spompato; Pinelli fila via dietro, inseguito da scariche. Fra Cravino e Lopriore che
seguono, precipiterà addirittura un colossale macigno passando sotto la loro corda. »
Ma intanto l’M1 (l’unico passaggio possibile lungo la fascia di rocce che fiancheggia la riva sinistra del gran canalone
della traversata) è alle nostre spalle e sopra di noi iniziano i meno ripidi pendii dei Terrazzoni, consistenti insomma in
una lunga passeggiata panoramica sotto alle gigantesche e strapiombanti ali gialle della Farfalla.
Ancora avanti senza perdere tempo, un poco insieme, un poco alternati, sotto un sole che già batte implacabile,
garantendoci sì, è vero, una bella giornata serena ma anche disgregando, dissaldando, facendo precipitare a valle
tutto quello che di mobile o pericolante ghiaccia sulle cornici, sulle cengie ed i terrazzini al di sopra delle nostre teste.
Stando così le cose, l’attraversamento dei Terrazzoni, che tecnicamente non presenterebbe nessuna speciale
difficoltà, si trasforma in un passaggio pericoloso e sgradevole, da lasciarsi alle spalle a briglia sciolta.
Attendiamo un poco che il sole, girando dietro alla parete, allunghi le ombre della Farfalla sul nostro pendio e
poi scattiamo verso l’M2 ancora illuminato, accompagnati dallo zufolare di piccoli sassi o detriti di ghiaccio che
sfrecciano sopra le nostre teste, preludio ad una vera e propria valanghetta di ghiaccio e neve, che sli abbatte, piovuta
chissà da dove, proprio ad un palmo dal mio naso.
La tirata successiva ci porta già fuori pericolo ai piedi dell’M2. Respiriamo.
Questo tanto famoso M2 d’estate si presenta, dicono, come una placca di roccia polverizzata dai sassi provenienti
dalla Farfalla, lunga circa 100 metri ed abbastanza coricata, su cui si può procedere, bene o male, un poco per
aderenza ed un poco trovando qua e là appigli più solidi del prevedibile.
Ma d’inverno? Questo era l’interrogativo che ci eravamo sempre posti: se la neve fosse risultata poca e marcia o
farinosa, affidandosi a quale santo sarebbe stato possibile salire? Per nostra fortuna tuttavia le condizioni oggi sono
quasi perfette, ed il pendio – molto ripido – è coperto da uno spesso strato di neve appena un po’ molle in superficie; la
piccozza entra fino alla paletta, tiene; il piede affonda ma non troppo; in un attimo siamo al di sopra felici e quasi
increduli.
Di fronte a noi la via continua ancora interminabile, innalzandosi sempre verso destra su pendii, nevai sospesi,
canaloni uniformemente ripidi, che bisogna salire direttamente o attraversare, mentre al disopra incombono severi e
grandiosi i pilastri dell’Orientale. Avanziamo senza sosta su neve per lo più buona, a tirate alternate, ma la nostra
marcia, messa in rapporto con la smisurata scala dell’ambiente che ci circonda, quasi non si avverte e solo
insensibilmente ci accorgiamo di guadagnar quota e di avvicinarci all’uscita lontanissima.
In più le due corde, trasformate in cavi di ghiaccio (ad onta della loro fibra sintetica) pesano maledettamente e la
stanchezza incomincia a farsi sentire al termine di ogni tirata.
Silvio: « Finalmente la traversata a destra finisce e inizia il canalone dritto che da qui sembra immenso e la cima e
la fine dei pilastri sembrano orrendamente alti: ne abbiamo ancora per un bel po’ anche se è solo l’una. Due, tre tirate
nel canale ripidissimo… ci danno la sensazione di essere rimasti nello stesso punto; in più la neve sembra divenuta
farinosa; mi sento scoraggiato, non ho neanche fame, e forse Pinelli pure lo è, ma lui sente lo stomaco che grida e ci
fermiamo, dopo avere scavato una terrazzetta. Mangiamo, viene nebbia: l’ambiente è potente! »
Che cosa fa intanto sotto di noi la cordata Cravino-Lopriore? Cravino sale e pensa: « Il versante NE è un versante
meraviglioso, direi esageratamente bello… Superato l’M2 entriamo in un canale tra quinte abnormi – siamo saliti di
circa 1000 metri e non si vede la fine – Comincio a dubitare che questa sia una parete infinita. Per anni, secoli, anni
luce dovrò continuare a salire orma su orma, gradino su gradino; dapprima consumerò le punte dei ramponi, poi le
suole degli scarponi, poi la punta del piede, poi le ginocchia e così fino a che rimarrà la testa soltanto che, come una
palla di neve, rotolerà e si sperderà nella valle. »
E Lopriore: « la neve e i pendii sospesi come balconi hanno la loro importanza, ma sono gli strapiombi gialli della
Farfalla e poi i Piloni – enormi mastini attorno alla vetta -che danno il ” là “. Noi passiamo, piccoli, piccoli e quella
roccia che poco fa ci umiliava, ora, più da vicino c! incoraggia: qui del muschio, là un ciuffo di erba secca… un po’ di
fantasia: prati, ruscelli,…domenica al Morra, un ” in fondo d’estate qui si corre ” ed arranchiamo di nuovo… ma, la
possino, quanto è lunga!! »

Intanto sulla montagna è calato un freddo intenso. Il
tempo si è guastato; filacce di nuvole vorticano sulla vetta
spinte da un vento di ovest, spariscono a cercare rinforzi e
quindi ricompaiono in massa gettandosi con rabbia giù per i
canali ormai pieni d’ombra della parete NE.
In breve tutto il mondo scompare come sciolto nella
bambagia. Di fronte a noi c’è solo un pendio bianco che
sale verso il niente e da qualche parte, avanti, dietro, o di
fianco la massa scura del compagno.
Ancora una lunga traversata con un breve ma laborioso
passaggio di roccette ghiacciate e raggiungiamo la base
dell’ultimo canale. Qui la neve diventa marcia, e si avanza
con fatica, stanchi ed indispettiti per quest’ultimo ostacolo,
affondando ogni volta fino alle ginocchia. Silvio propone un
giro sulla sinistra verso uno speroncino e « Pinelli prova,
ma la neve è orrenda e si rischia di tagliare il pendio:
sarebbe antipatico adesso che poco manca alla vetta e
tanto lunga sarebbe la scivolata; sicchè via dritti decisi a
vincere direttamente l’ostacolo… alcuni passaggi in roccia
non difficili ma noiosi con i ramponi e sono in cresta: è
cominciato a nevicare, ma l’urlo selvaggio di quello che
esce non me lo leva nessuno ed anche Pinelli ed i due di sotto esultano. »
Sono le 5 del pomeriggio.
Il tempo è brutto davvero, la tormenta si abbatte sulla montagna ma abbiamo ancora luce e se ci sbrighiamo
potremo scendere sul ghiacciaio del Calderone.
Se ci sbrighiamo!… Aspetta, aspetta non compare nessuno. Sono bastati dieci minuti di tormenta per trasformare le
condizioni del canale e delle rocce finali, rendendo la marcia dei due amici molto più lenta ed incerta. Continue piccole
slavine scivolano su di loro cancellando le nostre tracce, mentre la nebbia e le ombre della notte imminente hanno
tolto ogni residua visibilità.
Silvio scrive: « Il bivacco comincia a volteggiare nel vento e nel nevischio, poi scompare nella nebbia, ma torna ad
apparire sempre più netto e distinto finchè cominciamo a prenderlo sul serio e non come un miraggio… Pinelli è
nervoso perchè non vuole bivaccare datosi che ha le natiche bagnate…ma non c’è da scegliere! … Caro Pinè tocca
dormire qui stanotte! »
E Cravino prosegue: « E’ buio quando raggiungo Silvio e Betto sulla vetta. Anche l’ultima luce è passata. La notte
scende a fiotti e ricopre canali e pendii…tocca bivaccare »
Sono le 8. Su una cresta piuttosto sottile, sospesa tra baratri invisibili, alcune lampadine elettriche tagliano a fette la
notte, scoprendo per un attimo tra le folate bizzarre della tormenta, le forme inverosimili di quattro fantocci, intenti ora a
montare una tendina da bivacco microscopica, ora a slacciarsi i ramponi gelati con metodi più o meno eleganti,
ricorrendo addirittura… all’acqua calda naturale messa gentilmente a disposizione da un amico.
Intorno sacchi, corde, piccozze, materiali diversi, giacciono sparsi disordinatamente già semi-coperti dalla neve.
Poi ad uno ad uno i quattro pazzerelloni, messe a punto con cura le loro riuscite maschere da assiderati polari,
entrano nello stretto budello, ben decisi (ohimè) a fare le
ore piccole nell’occasione dell’ultima notte di Carnevale. – Brusìo – gemiti – imprecazioni portate dal vento. Le luci si
spengono ma sulla cresta di nuovo sprofondata nelle tenebre la tendina continua per molto tempo ad agitarsi, fremere
sobbalzare, contorcersi come un verme tagliato in due.
Silvio: « … Per di più la chiusura non funziona e folate di nevischio entrano gonfiando la tenda come un pallone e
sollevando grida idrofobe… poi qualcuno si piega in quattro e dorme… fuori la bufera è sempre scatenata mentre in
occasione del martedì grasso laggiù quegli altri ballano stupidamente attaccati a qualche orribile canzone che non
lascerà loro nessun ricordo… Qualcuno guarda l’ora: la notte non finisce mai. Ancora contorcimenti, gomiti nella
pancia, ginocchiate, calci, dormiveglia, folate di vento, picchiettio della neve. Forse adesso è passato molto, proviamo
a guardare l’ora: le 24; terribile! Proviamo a cantare: guaiti e latrati si strascinano ognuno per conto proprio: voci
smorte ben presto soprafatte dalla bufera di fuori e che il sonno definitivamente disperde. Passa ancora dei tempo;
fuori finalmente il vento tace; uno cava la capoccia dalla fessura: ci sono le stelle! e allora perchè restare qui a battere
i denti ad aspettare l’alba? ».

Ma certo, ottima idea, Silvio! Il freddo e la scomodità delle nostre
inverosimili posizioni hanno raggiunto un vertice insuperabile ed ognuno di noi
farebbe qualunque cosa pur di potere allungare una gamba od alzare la testa
incassata tra le spalle.
Cravino, che è il più vicino all’uscita, si muove per primo: « Esco dalla tendaha smesso di nevicare ed è cessato anche il vento – Un torrente di stelle è
uscito dalla caligine nebbiosa. Tutta la montagna è immersa nel sonno.
Duemila metri più in basso si vedono le luci dei paesi… Tremando dal freddo
ci rimettiamo i ramponi: è indubbio che ormai mi ci vorranno tre o quattro
estati per riscaldarmi! ».
Addio paretone! Mentre l’alba verdina risale il cielo da stella a stella,
abbandoniamo velocemente la cresta e ci tuffiamo nella notte verso il
Calderone e dopo pochi passaggi siamo finalmente fuori.
Fuori!
Fuori, verso i dolci pendii del Vallone delle Cornacchie, verso il sole
dell’Arapietra, verso i boschi e le acque del sentiero che scende a S. Nicola.
Fuori! E l’animo contratto e teso per tanto tempo si distende, si gonfia leggero, plana dolcemente sul paesaggio
familiare: tutto è buono e bello in questa purissima mattina che nasce. Ridiamo, senza un perchè, felici, scendendo a
salti verso il rifugio Franchetti.

Tratto da: http://www.vecchiegloriedelgransasso.it/

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