Jennifer Peedom (Australia / 2017 / 74’ / Documentario)

Una sinfonia audiovisiva diretta magistralmente dalla documentarista australiana Jennifer Peedom, con testi tratti dal libro Mountains of the Mind” di Robert Macfarlane e narrati dall’ammaliante voce di Willem Dafoe, trasformati in vera poesia sullo schermo. Il tutto accompagnato e arricchito dalla partitura musicale composta per l’occasione da Richard Tognetti con l’aggiunta di celebri brani di Vivaldi, Beethoven, Arvo Pärt, eseguita dalla Australian Chamber Orchestra.

Il film è stato presentato alla Sydney Opera House a giugno 2017 e al Trento Film Festival del 2018 non solo per mostrare scalate impervie e imprese impossibili e ripercorre la tormentata storia del fascino senza tempo che lega gli uomini alle montagne, ma anche per suggerire gli aspetti controversi della cultura moderna della montagna.

Mountain è una visione adrenalinica su imprese mozzafiato, sospensioni nel vuoto e orli di precipizio, in un susseguirsi di immagini selezionate da un girato di 2000 ore, raccolto in 15 paesi diversi, tra cui riprese insolite ed estremamente spettacolari effettuate con elicotteri, droni, telecamere remote o dagli stessi scalatori. Le immagini iniziano a comporsi in un prologo in bianco e nero per poi lasciar esplodere la potenza policromatica e spettacolare tipica della natura. Il racconto per immagini viene impreziosito anche dall’aggiunta di filmati di repertorio storici in bianco e nero, di diverso formato e con i tipici effetti di pellicola consunta.

Il documentario ci illustra in tutta la loro magnificenza pareti di roccia, profili di creste, cime innevate, culture, popoli e divinità. Una lode continua all’immensità delle montagne, ai loro valori, la loro bellezza, bontà e crudeltà. Allo stesso tempo il film si configura come una continua ricerca sonora, fotografica e folkloristica finalizzata all’idealizzazione della montagna in tutte le sue sfumature di significato. Un’armonia non solo audiovisiva, ma anche geologica, che cerca di interpretare al meglio la sinfonia della terra: un ritmo di continui mutamenti, innalzamenti, erosioni e onde di roccia da cui fluisce la vita (“Perché le montagne che scaliamo non sono solo roccia e ghiaccio, ma anche di sogni e desideri. Le montagne che scaliamo sono le montagne della mente”).

Ci si interroga anche sul concetto di sublime, implicito in ogni istante del film, in quanto perfetto connubio di piacere e paura dato dall’ammaliante potere dei luoghi ostili e selvaggi che stimolano la nostra immaginazione e ci costringono a puntare verso l’alto (“Quale strana forza ci guida verso l’alto come un canto di sirene che ci attira in cima?”). Le parole di Macfarlane ci ricordano costantemente per quale motivo all’interno di una vita quotidiana, sicura e comoda, l’uomo ricerchi il pericolo nelle montagne, in una logica controversa in cui il rischio stesso è la ricompensa per l’esperienza vissuta; per questo inseguiamo l’incertezza, vogliamo poter raggiungere il limite a cui nessuno è mai arrivato, proprio perché “ci si sente tanto vivi, nel pericolo di morire”.

“Quelli che danzano sono considerati pazzi da chi non può sentire la musica”

Il testo ci ricorda che fino a tre secoli fa le montagne venivano considerate esclusivamente per le minacce insite in loro, e solo con la scalata dell’Everest, a metà del XX secolo, l’alpinismo entra nell’immaginario collettivo divenendo un modo per mettersi in competizione con la natura e trasformando la montagna in un avversario da vincere, più che un luogo di bellezza (“Oggi le montagne sono considerate tra le più belle espressioni della natura e le loro forme caotiche non offuscano più le nostre menti a livello spirituale”). Talvolta, con il tempo, tale fascinazione si è trasformata in pura ossessione, alimentando la bramosia dell’ignoto e dell’incontrollabile, e allo stesso tempo ideare un culto moderno per cui la montagna diventa luogo ideale per nuove e strane forme di pellegrinaggio. Eppure, solo pochi possono entrare in reale risonanza con il vero suono di essa, come suggerisce la scritta iniziale: “Quelli che danzano sono considerati pazzi da chi non può sentire la musica”.

Mountain è un puro spettacolo che evita il didascalismo: non sappiamo quali siano le montagne scalate né chi siano gli scalatori. Non c’è soggetto né protagonista che non sia la natura, con i suoi paesaggi e le sue asperità, mentre l’essere umano che rappresenta la caducità è solo un accessorio stridente in contrasto con i profili dei monti, il principio di immortalità e l’indifferenza nei nostri confronti (“Le montagne non cercano il nostro amore, né la nostra morte. Non vogliono nulla da noi. Eppure, cambiano il modo in cui consideriamo noi stessi. Erodono il nostro spirito, mettono alla prova la nostra arroganza, ci restituiscono lo stupore. Più che mai, abbiamo bisogno della loro meraviglia”). Tuttavia, è un film che vuole rappresentare non solo un genere umano impotente, ma anche supereroi noncuranti delle leggi di gravità, uomini affissi su pareti e strapiombi, temerari che planano in cielo con tute alari ed equilibristi che attraversano il cielo (“Scalare le montagne dona all’uomo brevi momenti di straordinarietà”).

L’intervento umano

Visivamente invasivo appare l’intervento umano e l’assedio del turismo nei territori montani: parcheggi affollati, impianti sciistici e file di attesa, piste troppo frequentate e tracce che graffiano la neve (“non è più esplorazione, è controllo delle masse”). Oggi questi territori magnifici sono ormai terreno di svago, e spesso ridotti a parchi giochi da cui trarre solo guadagni, ma si ricordi che le montagne sono molto di più di una distrazione o un nemico da battere. Il film non prende posizione critiche a riguardo, cerca solo di esporre nel modo più veritiero possibile l’ossessione dell’uomo che si trasforma nell’invasione del territorio, mettendo in contrasto immagini che mostrano la resistenza di quei luoghi di incontaminata e indescrivibile bellezza. Il film non giudica, ma si limita a mostrare gli interventi artificiali che richiedono una denaturalizzazione della montagna e un rigido e apparente controllo dei suoi rischi e del suo potere inalterato (“ricordiamoci che le montagne non prendono ordini da noi”).

Lo sapevi che…

Da non perdere le precedenti opere di Jennifer Peedom, specializzata sui temi delle esplorazioni estreme: in Solitary Endeavour on the Southern Ocean racconta l’impresa fallita dell’attraversamento in kayak di un tratto marino tra Australia e Nuova Zelanda, costata la vita al suo artefice; mentre in Sherpa mostra le difficili condizioni lavorative delle famose guide di alta quota nepalesi, che rischiano la vita per la gloria degli scalatori occidentali che li ingaggiano.

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