Si ringrazia la casa editrice Ricerche&Redazioni per aver reso possibile la recensione di questo libro.

L’Appennino e l’alpinismo hanno bisogno di ricordare persone come Roberto Iannilli. Oggi più che mai. Questo è il primo pensiero dopo aver letto Compagni dai campi e dalle officine, un omaggio che Iannilli volle rendere ai compagni di cordata che lo hanno accompagnato nella sua lunga carriera, dopo aver precedentemente impresso in un’autobiografia (Forse accade così. L’alpinismo: un gioco, ma non uno scherzo) la personale filosofia per intendere questa meravigliosa disciplina.

Perché l’Appennino e l’alpinismo devono molto a Roberto Iannilli?

Perché il suo modo di vivere la montagna era frutto di passione, di idee, di studio, di competenza, e, soprattutto, di ricerca, esplorazione e avventura. Tutti aspetti fondamentali, ma che oggi vanno affievolendosi e lasciano posto sempre più spesso alla mera ricerca della prestazione fisica (magari ostentata su uno dei tanti “social”).

Grazie a Roberto Iannilli l’Appennino dimostra di non essere figlio di un Dio minore. Le sue innumerevoli vie, tra cui molte solitarie, sono la prova che le “nostre montagne” contengono uno scrigno di avventure ed esperienze tutto da scoprire, senza nulla da invidiare alle sorelle maggiori, le Alpi.

Compagni dai campi e dalle officine permette, stando comodamente seduti a casa (purtroppo obbligatoriamente in questo momento) di rivivere le stesse sensazioni che l’autore e i personaggi da lui raccontati (a volte anche con un pizzico di ironia) hanno vissuto approcciandosi a una parete.

Chi non ha mai provato una sensazione di impotenza al cospetto di una di queste prima di cominciare a scalarla?

Una sensazione capace di farci sentire degli “Uomini finiti”, come l’autore si sentiva nei suoi primi approcci giovanili insieme al compagno di cordata Luca Bucciarelli.

Un capitolo/manifesto per i più giovani, un invito a non affrettare i tempi, a non farsi prendere dalla fretta di raggiungere obiettivi forse al di fuori della propria portata, ma ad attendere che l’esperienza non ti faccia subire “il carisma di certe vie”. Dall’altra parte, però, nelle parole di Roberto c’è anche un invito a credere  nelle proprie capacità e a perseverare fino a raggiungere con tenacia una maturità capace di farti aprire vie nuove, frutto di fantasia, personali, e che, semplicemente, rimangono nella storia.

Come “Vacanze romane”, via aperta nella “parete delle pareti”, la nord del Camicia, alla quale andava dato “un nome giusto, non presuntuoso, una cosa spiritosa ma non stupida …”

Le avventure extra-europee

Racchiudere Iannilli “solo” nell’Appennino tuttavia sarebbe riduttivo. Il richiamo dell’avventura lo  porta, infatti, a volare spesse volte oltreoceano, sulle Ande, negli USA, oppure nell’Himalaya indiano, aprendo vie e esplorando zone poco battute.

Nel 2010, insieme ad Andrea Di Donato, Luca D’Andrea, Massimo Massimiano, Ivo Scappatura e Giuseppe Trizzino, apre una nuova via sulla Cordillera Bianca, scalando una punta di 5040 m fino ad allora inviolata. La via è maestosa, difficile e richiede quattro bivacchi in parete. Quella montagna, così lontana da casa, non è come il “suo” Gran Sasso. L’alpinista non riesce a sentirsi “parte” di essa, “cellula vivente dell’organismo”.

Appena in vetta, nonostante il bel tempo che avrebbe permesso una più ampia e gratificante pausa, “fa presto a tornare l’ansia, quella del ritorno”.

Con Compagni dai campi e dalle officine Iannilli vuole mandarci anche un altro importante messaggio (forse il più importante) e sta a noi, adesso, non  farlo passare in sordina, perché bisogna coglierlo al volo e farne tesoro.

Dedicando dei capitoli a donne alpiniste e sue compagne di cordata, incontrate nel corso della vita, egli riscrive lo statuto dell’alpinismo, smascherando il luogo comune che lo vorrebbe come un’attività tutta declinata al maschile. Iannilli dipinge la montagna come luogo di emancipazione per il genere femminile, tramite la roccia, il sudore, ma anche tramite il lavoro duro (come il rifugista). In definitiva, la sua carriera, descritta nei momenti salienti nelle pagine del libro, dimostra che lo sport e l’alpinismo non hanno età e sesso, ma sono appannaggio di chiunque voglia effettivamente “svolge[re] la sua personalità”, come previsto dai principi fondamentali della nostra Costituzione.

Insomma, Compagni dai campi e dalle officine va letto tutto di un fiato, purché il lettore sia consapevole, come non si stancherebbe mai di ripetere l’autore, che “l’alpinismo è un gioco, ma non uno scherzo”.

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