“Le montagne ci osservano mentre ci connettiamo con la natura”

locandina del dociumentario
Rafael Pease (USA / 2018 / 55’ / Documentario)

Yugen, ideale tradizionale dell’estetica giapponese, viene tradotto letteralmente come “leggermente scuro”. Il termine non serve solamente a descrivere gli aspetti più affascinanti del mondo di cui non si conoscono limiti e particolari, viene usato anche per indicare ciò che è misterioso, arcano e trascendentale. Data la complessità del concetto, sono le immagini a parlare da sé in questo lungometraggio “senza confini”, che vede regista e protagonista il giovanissimo Rafael Pease, talentuoso alpinista e snowboarder cileno.

Un enorme lavoro di ricerca e raccolta materiali

Un documentario sperimentale tra immagini e racconti di vita, tra sport e folklore: più di 90 montagne e vulcani scalati, più di 1000 km percorsi, più di 100.000 metri di ascensione, 194 giorni in tenda, 32 interviste, 31 videocamere, 550 ore di girato. Queste le basi per una storia intima che parla di connessioni: “la montagna mi dà rifugio e noi dobbiamo solo darle amore”.

Un film che diventa un invito a sentirci tutt’uno con la natura, come aria acqua terra e fuoco che si fondono e confondono. Un pensiero filosofico composto da paesaggi mozzafiato dispersi per il mondo (Giappone, Canada, Cile, Kirghizistan, Stati Uniti); un inno alla natura e una condanna del comportamento umano quando esso interferisce malevolmente con essa. Non un documentario di protesta, tuttavia sensibilizza gli spettatori sull’importanza della protezione dell’ambiente e li incita verso una comunione di spirito con la natura: “non c’è rischio più grande che non addentrarsi, che temere… il resto è vita”.

Il film utilizza un linguaggio corale, composto da credenze e parole dei popoli che abitano ai piedi delle montagne “sono la nostra vita e il nostro posto” e di tutti coloro che desiderano connettersi con esse per sentirsi vivi. Il team di riprese, capitanato dal regista Rafael Pease, cerca di stabilire e mostrarci questo contatto, ad esempio tramite sbalorditive riprese aeree di discese libere con sci o snowboard, talvolta in slow motion per enfatizzare la sinergia tra gli atleti e l’ambiente.

La montagna come luogo di libertà

Finalmente la montagna viene rappresentata con immagini di libertà, contrariamente alle idee di costrizione e dolore, se non di morte, che è solita trasmettere nei disaster movies o nei documentari d’accusa. Qui l’ambiente verticale non è un pericolo, ma rappresenta “vita e purezza, amabilità, saggezza e allegria”. Il film incita a vedere l’alpinismo come una fratellanza genuina; non una competizione o una rivalsa, ma una passione che accomuna persone da tutto il mondo che si ritrovano a condividere imprese e luoghi, ideologie e culture.

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