Tutti gli appassionati di alpinismo non possono non conoscere l’incredibile storia di George Mallory and Andrew Irvine; la loro impresa sull’Everest, nel 1924 è considerata una delle più grandi di sempre, anche se si è conclusa in tragedia.

It is clear that the stake [the mountaineer] risks to lose is a great one with him: it is a matter of life and death…. To win the game he has first to reach the mountain’s summit – but, further, he has to descend in safety. The more difficult the way and the more numerous the dangers, the greater is his victory.

George L. Mallory, 1924

«PERCHÉ SEI LÌ?» I MISTERI DI GEORGE MALLORY E ANDREW IRVINE

di Mauro Brusa

Periodicamente i fantasmi di George Mallory e Andrew Irvine, scomparsi nel 1924 durante il tentativo di  raggiungere la vetta dell’Everest, riaccendono il mai sopito dibattito sull’effettivo primato della conquista.

Il dibattito si è riacceso con vigore nel 1999 a seguito del ritrovamento del corpo di Mallory e successivamente dalla presunta individuazione, a 8425 m, di quello di Irvine nel 2010 ad opera dello storico americano Tom Holzel, che è giunto a tale conclusione esaminando foto aeree elaborate con una sofisticata tecnologia  informatica.

Egli afferma di avere riconosciuto una figura umana di circa 1,80 m di statura compatibile con la corporatura di Irvine. Ad oggi nessuna nuova spedizione è ancora stata organizzata per la ricerca.

Illazioni e ipotesi suggestive sono state fatte negli anni, ma nulla tolgono al primato di Hillary e Tenzing: furono i primi salitori dal versante Sudest.

I fatti

All’inizio degli anni 1920 la Royal Geographical Society organizzò tre spedizioni ravvicinate per esplorare, studiare e, successivamente, scalare il Monte Everest; esse avvennero nel 1921, nel 1922 e nel 1924 e vi parteciparono alpinisti, geografi, cartografi e geologi.


A tutte e tre prese parte George Leigh Mallory, nato nel 1886, di professione insegnante, ufficiale di artiglieria durante la Prima Guerra Mondiale, considerato il più forte e completo scalatore della sua epoca. In quella del 1922 fu il primo uomo a toccare quota 8000 metri e, pur venendone travolto, scampò miracolosamente ad una valanga che costò la vita a sette portatori.


Persona colta e raffinata, di notevole carisma e dal fascino particolare, devotissimo alla moglie ed ai tre figli, incarnò in modo perfetto il connubio ideale fra il letterato e l’uomo d’azione.


Egli era fortemente determinato a conquistare il cosiddetto “Terzo Polo”, quasi fosse una questione privata tra lui e la montagna più alta della Terra; famosa la risposta che diede a un giornalista americano durante un giro di conferenze negli Stati Uniti nel 1923: alla domanda sul perché ci tenesse così tanto a scalare l’Everest Mallory rispose «Because it’s there» (“Perché è là”), sublime sintesi fra humor britannico e motivazioni personali.

L’altro protagonista di questa drammatica avventura fu Andrew Comyn Irvine, detto “Sandy”, 22 anni (per l’epoca, poco più che maggiorenne), brillante studente di ingegneria, campione di canottaggio nelle competizioni universitarie, provetto sciatore, buon arrampicatore ma con scarsissima esperienza alpinistica vera e propria. Non era, tuttavia, del tutto un novellino: nel 1923 partecipò con Odell a una spedizione artica scientifica ed esplorativa alle Spitzbergen, dando ottima prova di sé.
Buono di animo, generoso e altruista, un po’ incline alla bravata (alzi la mano chi non lo è stato a quell’età!) ma disciplinatissimo ed affidabile, era benvoluto da tutti e considerato la mascotte del gruppo. Anzi, per dirla con Geoffrey Bruce, «il nostro splendido esperimento».
Dotato di un talento naturale per la meccanica, durante la spedizione si dimostrò capace di riparare l’inservibile, dai respiratori ai fornelli da campo, alle macchine fotografiche, servendosi spesso di materiale di fortuna.


Il suo apporto più noto dato alla squadra fu la modifica degli apparati di erogazione dell’ossigeno. L’idea è tanto semplice quanto geniale: capovolse le bombole posizionandole con le valvole principali in basso, eliminò le valvole ausiliarie e parte delle raccorderie (vedi appendice fotografica). Ciò permise di semplificare l’uso dei respiratori e, soprattutto, di ridurne sensibilmente il peso.

Irvine con le bombole e l’erogatore modificato

Per l’assalto finale Mallory scelse come compagno proprio il giovane Sandy, certamente il meno adatto dal punto di vista alpinistico, ma al momento l’uomo più in forma della squadra e comunque l’unico in grado di garantire il funzionamento dei bizzosi respiratori, fondamentale per la buona riuscita dell’impresa.

L’8 giugno 1924 Mallory e Irvine lasciarono il Campo VI dopo avervi trascorso la notte da soli e si avviarono verso la vetta. Poiché furono i primi in assoluto a tentare l’approccio dalla cresta Nord Est (3), George ed Andrew non disponevano di indicazioni sulla via da seguire ed è ovvio che perdettero del tempo per individuare la traccia più agevole.
In mattinata il geologo Noel Odell si incamminò verso il Campo VI per effettuare rilievi e ricognizioni e affermò di avere avvistato, ad occhio nudo intorno alla 12.50, George ed Andrew procedere speditamente lungo la cresta, a non molta distanza dalla vetta, stimata in circa 240 m di dislivello.
Poco dopo sparirono alla sua vista avvolti dalle nubi ed entrarono nella leggenda.
Verso le 14.00 Odell raggiunse il Campo VI e vi si trattenne a lungo in attesa di vedere i compagni sulla via del rientro.

I due non fecero più ritorno

Il punto preciso dove furono avvistati è l’origine di tutte le speculazioni successive.
Innanzitutto Odell, in perfetta buona fede, non determinò mai con precisione assoluta il punto esatto in cui li avvistò, cambiando più volte versione, e cioè se prima o dopo il cosiddetto “First Step” (primo salto) o addirittura oltre il secondo, come nella relazione iniziale riconfermata ancora in tarda età: si tratta di una serie di tre gradoni rocciosi, assai distanziati tra loro, che costituiscono gli ostacoli maggiori e di cui il secondo è il vero e proprio passaggio chiave di notevole difficoltà e che, a seconda del punto di osservazione, possono anche essere confusi.

Nel corso degli anni la reale difficoltà tecnica del “Second Step” è stata a lungo dibattuta; finora solo cinque scalatori sono riusciti a superare il passaggio in arrampicata libera, cioè senza fare ricorso a scale ed altri artifizi come fanno tutti, e ognuno ne ha dato una valutazione diversa, comunque “al ribasso” rispetto a quanto un tempo ritenuto.

A questo proposito è interessante riportare il parere di Jochen Hemmleb, lo storico delle spedizioni di ricerca di M & I: 

Ogni scalatore che riuscì a superare il “2° Step” in arrampicata libera era poi ottimista circa la capacità di Mallory & Irvine di superare il passaggio nel 1924. Comunque, queste opinioni non possono essere considerate “prove” – ​​mostrano solo che i cinque scalatori in questione sono stati in grado di salire in condizioni simili a quelle del 1924.
Guardando il film del 2010 “The Wildest Dream”, in cui Conrad Anker e Leo Houlding, interpretano M & I e superano il passaggio in libera siamo rimasti sorpresi – quasi sconvolti – da quanto sembri facile il passo cruciale. Il muro è alto pochi passaggi (ciò può anche essere dedotto da un’immagine nel libro di accompagnamento, The Wildest Dream, tra p. 152-153), ha appigli positivi e non è totalmente verticale. Anker è riuscito a fare una sosta senza tenersi con una mano prima di uscire in cima al risalto.
Nel complesso, dopo aver guardato la salita di Anker, improvvisamente non sembrava più così improbabile che Odell avesse visto Mallory e Irvine che si arrampicavano sul “2° Step” con “alacrità” e nel tempo della sua osservazione
.

L’avvistamento

La questione dell’avvistamento non è oziosa in quanto l’esatta localizzazione interagisce con altre variabili che vanno a determinare le tempistiche, il consumo di ossigeno, e quindi le possibilità di successo considerata anche la rudimentale attrezzatura dell’epoca, che rese un’impresa titanica, inimmaginabile agli occhi nostri, anche il solo avere toccato quote mai raggiunte prima (di sicuro oltre 8475 m) dall’uomo.
In sostanza, se Odell li avesse avvistati prima del “First Step” i due erano in clamoroso ritardo e ciò avrebbe impedito loro di raggiungere la vetta in un orario compatibile con il rientro al campo.


Diversamente, se fossero stati oltre il secondo le possibilità di successo sarebbero state concrete.

C’è poi anche chi ipotizza che fossero addirittura oltre il terzo: nel 1999, durante la prima spedizione di ricerca, Jochen Hemmleb ha osservato i suoi compagni di squadra Conrad Anker e Dave Hahn superare il terzo salto e ha dichiarato che «era come tornare indietro 75 anni», ovvero che la scena era compatibile con la descrizione fatta da Odell che disse di averli visti stagliarsi emergendo sopra al gradone roccioso.


Fin da subito gli scettici osservarono che se da un lato Mallory, dati i suoi straordinari mezzi tecnici, poteva anche avere avuto qualche possibilità di superare il “Second Step”, ben difficilmente si sarebbe potuto dire altrettanto dell’inesperto, seppur fisicamente forte, compagno.
Si ipotizzò che i due fossero precipitati insieme da qualche parte durante la salita, più difficilmente durante la discesa.

Una prima risposta all’enigma (in realtà, come vedremo, un ulteriore garbuglio) parve arrivare nel 1933: un’altra spedizione, sempre inglese, ritrovò a circa 8450/ 8460 m, una ventina di metri sotto la cresta e a 230 m prima del “First Step”, una piccozza, inizialmente attribuita a Mallory, che successivamente risultò essere quella di Irvine (tacche di riconoscimento sul manico, interpretate solo nel 1963, comparandole con quelle di un altro bastone appartenuto ad Andrew). Questo ritrovamento è il cardine di una ipotesi che esamineremo più avanti.

La piccozza di Andrew Irvine

Un altro indizio giunse nel 1975 quando l’alpinista cinese Wang Hong-bao riferì al suo capo spedizione di avere rinvenuto, a circa 8100/8200 m durante un giro di perlustrazione a una ventina di minuti dal campo cinese, «an old English dead» a giudicare dagli abiti, disteso su un fianco, con un vistoso buco in una guancia provocato dagli uccelli e semi rannicchiato, come a cercare riparo.


La descrizione che ne fece non corrisponde a Mallory, che è stato trovato ad una distanza estremamente maggiore da dove si trovava il campo cinese. Purtroppo, Wang non fu in grado di indicare il punto esatto del ritrovamento. Il fatto fu poi riferito anche nel 1979 al capo di una spedizione cino-giapponese cui partecipò; destino volle che Wang perisse il giorno dopo travolto da una valanga.


Poiché dal 1924 al 1975 non si registrarono altri alpinisti occidentali dispersi tutti conclusero che se l’avvistamento era attendibile (e non vi sono ragioni contrarie), non poteva che trattarsi di Mallory o di Irvine.
Ma la scoperta aprì uno scenario fino ad allora inaspettato: la posizione del rinvenimento rende più remota la possibilità dell’incidente in salita ed apre un grosso spiraglio all’eventualità che esso sia accaduto in discesa, senza per questo dirimere il quesito fondamentale: arrivarono o no in cima?

La svolta definitiva sembrò potere arrivare nel 1999, quando la spedizione americana di ricerca (Mallory and Irvine Research Expedition) guidata da Eric Simonson, cercando l’alpinista descritto da Wang Hong-bao, rintracciò (materialmente ad opera di Conrad Anker) il corpo ottimamente conservato di George Mallory, posizionato a circa 8250 m di quota e sulla verticale del luogo in cui nel 1933 fu rinvenuta la piccozza di Irvine.
La salma, se fornisce alcune certezze, lascia aperti altrettanti interrogativi. Per inciso, il luogo di ritrovamento si trova ad una quota più bassa rispetto al Campo VI dove i due avrebbero dovuto rientrare.

Blood stains on Mallory’s jacket. Photo by Jim Fagiolo.

Procediamo per punti


• Nessuna attrezzatura alpinistica è stata rinvenuta nei pressi. Il luogo è troppo distante dal Campo VI cinese del 1975, quindi le spoglie non sono quelle avvistate da Wang Hong-bao.
• L’identificazione, indubbia, è stata possibile grazie alla targhetta con il nome ricamato cucita all’interno del colletto di una camicia ed agli effetti personali rinvenuti nelle tasche.
• Il corpo, a parte i glutei e la coscia destra deturpati dagli uccelli, è pressoché integro, ad eccezione di una frattura, vistosa ma non esposta, alla gamba destra (tibia e perone); e di un’altra frattura all’arcata occipitale sinistra, della dimensione di una pallina da golf, segni indubbi di una caduta modesta e non devastante, seppur fatale. La giacca presentava segni di sangue, ma non riferibili al tonfo. Thom Pollard, l’unico della spedizione 1999 ad avere esaminato il volto di George, riferì che era perfettamente conservato, con un accenno di baffi, e che gli occhi erano chiusi e l’espressione serena, segno che non vi fu agonia dolorosa. Per rispetto il viso non è stato fotografato.
• La corda, ancora legata in vita con un lungo capo libero, ci dice inequivocabilmente che i due al momento della tragedia erano insieme, che procedevano in cordata e che se l’inglese «vecchio» avvistato da Wang Hong-bao è proprio Irvine (e chi altri?) questi scampò alla caduta. Sul dorso di Mallory, dove gli abiti sono stati stracciati dalle intemperie, erano ancora ben visibili i segni provocati dallo strattone della corda e il capo libero si presentava come tranciato a seguito di attrito contro uno spuntone di roccia. La formazione di un ematoma è possibile solo su una persona ancora viva dopo l’evento traumatico.
• La posizione a viso in giù, testa a monte con le mani verso l’alto, è quella tipica di chi – ancora cosciente – tenta disperatamente di frenare la caduta lungo un pendio innevato. Particolare importante, le mani erano prive di guanti. Il decesso non è stato istantaneo, seppur accaduto a breve per ipotermia aggravata da una rapida perdita di sensi provocata dal trauma cranico: chi è ancora cosciente non resta a faccia in giù e chi termina la caduta privo di sensi o già morto assume pose scomposte, nella maggioranza dei casi a testa in giù.
• La macchina fotografica tascabile, una Kodak VPK di Somervell, in uso a Mallory non è stata ritrovata. Era in possesso di Irvine? Essa avrebbe potuto contenere la prova regina finora mancante, ossia eventuali foto scattate in vetta che, secondo gli esperti, si sarebbero conservate date le bassissime temperature ed il tipo di pellicola. Taluni obiettano che, trattandosi di un apparecchio a soffietto, avrebbe avuto delle difficoltà a funzionare a temperature estreme, ma penso che se trasportato a contatto del corpo, all’interno degli abiti, non dovrebbe avere avuto problemi.


Quanti indizi fanno una prova?


• La spedizione di ricerca del 1999 rinvenne lungo la cresta a 8480 m, alla base del “First Step”, una bombola di ossigeno scarica del tipo in uso nel 1924, abbandonata durante la salita, segno che i due erano passati di lì.
• Fra gli oggetti personali trovati nella tasche di Mallory c’erano anche gli occhiali da sole, un modello tipo quelli da saldatore. Questo dimostra che al momento dell’incidente le condizioni di visibilità erano scarse per imbrunire inoltrato (a quelle quote la nebbia da sola non basta a inibire l’uso degli occhiali scuri) e confermerebbe il fatto che esso avvenne al ritorno suffragando, di conseguenza, l’ipotesi che la vetta fosse stata raggiunta: se, come molti credono, Mallory e Irvine fossero tornati indietro prima del “Second Step” (non avendolo superato), avrebbero avuto abbastanza tempo per tornare al campo alto prima dell’oscurità.
• Il dettaglio più suggestivo, se così si può dire. Mallory aveva più volte palesato il proposito di lasciare in vetta una foto della moglie Ruth che non è stata ritrovata fra gli effetti personali né in tenda nel 1924, né addosso nel 1999… C’era arrivato?
Infine un altro dato che potrebbe essere determinante sono gli appunti rinvenuti nel 1999 in una tasca, la cui importanza non fu immediatamente compresa. Essi sono il meticoloso e aggiornatissimo inventario delle bombole di ossigeno disponibili tenuto da Mallory, con tanto di valori della pressione. Ebbene, in base a tale documento, redatto sul retro di una busta, si evince che al Campo VI c’erano più cilindri di quanto fino ad allora ritenuto.

L’ultima foto che ritrae George e Sandy, scattata all’atto della partenza dal campo IV per raggiungere il campo V, mostra Irvine di spalle (riconoscibile dalla corporatura e dal caratteristico cappello che era solito indossare) con soli due cilindri di ossigeno nel basto ma, come si vede da un’altra foto presa in un campo di fondo valle, esso era predisposto per contenerne tre; alla luce dell’inventario di Mallory e dai pezzi di respiratore rinvenuti sul pavimento della tenda è plausibile ipotizzare che il giorno prima dell’attacco finale Sandy avesse aggiunto il terzo cilindro per aumentare le loro possibilità operative.
Tale ipotesi (più ossigeno disponibile) è sostenuta anche da J. Hemmleb, della spedizione 1999, nel suo libro “The Ghost of Everest”.
Se è pur vero che nell’ultima comunicazione con Odell del 7 giugno (biglietto recapitato tramite portatori di ritorno) Mallory manifestò l’intenzione di salire con sole due bombole, è anche vero che torce, lanterne e razzi di segnalazione lasciati in tenda al Campo VI potrebbero spiegarsi come la scelta di ridurre il peso da trasportare per compensare quello della bombola supplementare.
Inoltre, sembra inverosimile che i due si siano accorti di un guasto all’ultimo momento e che i pezzi sparsi siano il segno di una frettolosa riparazione, anche se ciò spiegherebbe l’eventuale ritardo sulla tabella di marcia, peraltro giustificabile pure dal maggiore peso.
Poiché intorno alla vita di George erano ancora visibili i segni provocati dallo strattone della corda, si evince che al momento dell’incidente egli non indossava il basto con le bombole, evidentemente esaurite, altrimenti sulla schiena sarebbero rimasti anche i segni provocati da questo. L’assenza dell’attrezzatura dell’ossigeno avvalora nuovamente l’ipotesi che la sciagura sia avvenuta durante la discesa.
Anche Wang non riferì la presenza di bombole accanto all’«old dead» (Irvine).

Che ora segnava l’orologio di G. M. ?

Nel 1999 fu rinvenuto, nella tasca destra dei pantaloni, l’orologio di Mallory, che aveva l’abitudine di indossarlo a sinistra, con il quadrante dalla parte interna del polso. Esso era privo del vetro e delle lancette dei minuti e dei secondi, che non erano in tasca. A questo proposito è di nuovo utile sintetizzare le conclusioni di Hemmleb:

Il danno all’orologio si adatta perfettamente a quello che sarebbe accaduto se avesse dimenticato di toglierlo prima di arrampicare e avesse fatto una presa a incastro con il braccio sinistro. Bisogna poi considerare il fatto che l’orologio sia stato accuratamente tolto e messo in tasca. Il cinturino era sottile e la fibbia piccola, era un’operazione che richiedeva la rimozione dei guanti  esterni e l’uso di dita nude e in uno stato mentale di totale lucidità. Inoltre  non ci si preoccupa di togliere l’orologio rotto in mezzo a una tempesta di neve (che ha inghiottito la parte superiore della montagna dopo l’avvistamento di Odell) o in condizioni di scarsa visibilità. L’orologio (lancetta delle ore e perno rotto di quella dei minuti) sembra indicare le 12.52 o 12.53, cioè proprio il momento in cui Odell vide Mallory e Irvine che si arrampicarono su quello che credeva fosse stato il secondo gradino.


C’è poi una serie di intricate argomentazioni, in contrasto con quelle di Hemmleb e reperibili sul sito della Western Oregon University, circa l’ora realmente indicata dall’orologio e sulla quota massima raggiunta dall’altimetro.
Senza entrare nei complicatissimi parametri tecnici considerati (velocità di dispersione del calore del corpo umano, temperatura ambientale, autonomia di carica della molla, meccanica, ecc. ecc.), la teoria che ne discende si può così riassumere: i danni riportati dall’orologio non sono compatibili con un urto violento, non tali da determinarne l’arresto e si sarebbe fermato intorno alla mezzanotte dell’8 giugno.
I ricercatori sono giunti a questa conclusione dopo accurati esami di laboratorio dell’orologio, un Borgel del modello in dotazione agli ufficiali britannici durante la 1ª GM, la cui molla risultò essere ancora parzialmente carica. Comparando i dati meteo noti di quella giornata hanno dedotto che lo strumento si fermò per il freddo e cioè per il progressivo congelamento del corpo di Mallory, avvenuto non molto tempo dopo la caduta, non verificatasi – quindi – in salita.

Le teorie della piccozza

Anche il luogo del ritrovamento della piccozza di Irvine è oggetto di controversie circa il suo significato; due sono le principali correnti di pensiero.
• Non significa nulla. Era appoggiata su una lastra di roccia e fu volutamente lasciata lì durante la salita con l’intenzione di recuperarla al ritorno, perché inutile su quel tratto di terreno, prevalentemente roccioso e sassoso. Strano, perché il tratto terminale verso la vetta ne richiede l’uso.
• Indica il punto dell’incidente (inverosimilmente occorso proprio nel tratto meno pericoloso di tutta la via), accaduto a causa della neve fresca depositata dalla bufera che imperversò tra le 14 e le 16, abbandonata all’improvviso da Irvine per tenere la corda con due mani.

Il film “The wildest dream

Durante l’ultima, infruttuosa, spedizione americana alla ricerca di Irvine gli alpinisti Conrad Anker e Leo Houlding hanno impersonato rispettivamente Mallory e Irvine utilizzando, per le scene, fedeli riproduzioni dell’attrezzatura in uso nel 1924. Il film, uscito nel 2010, ha le caratteristiche del documentario e alterna scene di fiction – tra cui la ricostruzione del ritrovamento di Mallory – filmati dell’epoca e interviste.
Il 14 giugno 2007, equipaggiati come nel 1924, Anker e Houlding hanno conquistato la vetta dell’Everest giungendo alla  conclusione che per George e Sandy non sarebbe stato impossibile arrivare in cima. Da notare che proprio Anker, durante la conferenza tenuta a Torino il 10 febbraio 2000, si dimostrò scettico circa le possibilità di successo dei due inglesi.
Qui invece è disponibile il video originale del ritrovamento del 1999.



I misteri: raggiunsero o no la vetta e perché sono in posizioni incongruenti?

A – Conquistata o meno la vetta, i due erano sulla via del rientro in condizioni di scarsa visibilità e verosimilmente stremati dalla fatica e dalla carenza di ossigeno. Dopo la caduta di Mallory, Irvine avrebbe proseguito per un tratto da solo cercando il campo, per poi fermarsi ormai sfinito dove fu avvistato da Wang Hong-bao. Come abbiamo visto, secondo alcuni esperti la piccozza di Irvine indicherebbe il punto in cui avvenne la caduta, ma questa ipotesi è in contrasto con le condizioni del corpo di Mallory: il dislivello tra il luogo di ritrovamento della picca e quello del corpo è considerevole e a seguito di una caduta da quell’altezza George non sarebbe arrivato intero dove fu rinvenuto 75 anni dopo. Comparando quest’ultimo punto con quello dell’avvistamento di Odell sappiamo che la disgrazia accadde in discesa (vedere qui).

B – Secondo altri i due procedevano separati in discesa, Irvine lungo la cresta e Mallory decisamente più in basso (all’altezza della cosiddetta “fascia gialla”?). Ciò spiegherebbe la caduta non rovinosa. Già, ma perché non erano insieme? In base a questa teoria M & I si sarebbero separati già alla base del “Second Step”, supposto insormontabile per Andrew; Mallory, conscio che a 38 anni non avrebbe mai più avuto un’altra possibilità (la stagione dei monsoni era ormai prossima, la spedizione sarebbe rientrata a breve e chissà quando ne sarebbe stata organizzata un’altra) e determinato ad averla vinta a qualunque costo (10) avrebbe raggiunto la vetta da solo per poi tentare il ritorno da un altro tragitto. Bene, ma se le cose andarono davvero così come si spiega la corda spezzata ancora ben legata in vita?

C – Non va trascurato che Odell, in attesa al campo VI, riferì di una forte bufera in quota tra le due e le quattro del pomeriggio che potrebbe avere tanto causato la tragedia quanto avere indotto i due a cercare un riparo e a ritardare la discesa.

D – La mia personale opinione. Raggiunta la vetta, con l’intento di abbreviare il ritorno per recuperare tempo, non scesero per la via di salita ma tentarono di seguire l’itinerario percorso parzialmente da Norton qualche giorno prima, che dovette desistere a 8572 m. Dopo l’incidente, Irvine – sotto shock per la perdita dell’amico e stordito per la carenza di ossigeno – cercò di risalire verso la cresta per percorrere una traccia nota ma ad un certo punto fu sopraffatto dalla spossatezza e si fermò dove Wang disse di averlo avvistato.

E – Infine, l’ultimo punto interrogativo, quello meno conosciuto, cui s’è fatto cenno in precedenza: la parte anteriore esterna della giacca a vento di Mallory presenta macchie di sangue non proveniente dall’interno, cioè dal corpo, bensì da contatto esterno, quindi non riferibili alla caduta, come stabilito da un medico legale cui è stato sottoposto il reperto.
Sono il segno di una qualche trascurabile ferita occorsa nei giorni precedenti o anche il giorno stesso? George venne a contatto con Sandy che si era fatto male?
In ogni caso, pur rimescolando le supposizioni con ogni combinazione possibile, la posizione di Mallory, l’unica al momento nota con certezza, rimane un mistero: George, perché sei lì?

Questo umile lavoro vuole essere un affettuoso omaggio a George e a Sandy, due icone dell’alpinismo mondiale: qualunque cosa sia accaduta, l’unico fatto certo è che compirono un’impresa davvero straordinaria.

Bibliografia essenziale

R. Messner, La seconda morte di Mallory, ed. Bollati Boringhieri
J. Summers, L’altro uomo dell’Everest, ed. Centro di Documentazione Alpina
C. Anker – D. Roberts, The lost explorer, on line
International Mountain Guides, The clues, on line
T. Holzel, The search for Andrew Irvine, on line
W. Kohsiek, Does Mallory’s watch point to the time of his death?, on line
T. Pollard, Face to face with George Leigh Mallory, on line
J. Hemmleb – L. A. Johnson – E. Simonson, Ghosts of Everest, on line

Fonte: Mauro Brusa per CAI TORINO

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