Abbiamo già parlato nel capitolo precedente (Patologie d’Alta Quota) delle patologie che possono colpirci quando saliamo di quota e in particolare sopra i 3000 mt. La percentuale di ossigeno presente nel sangue (misurata con la saturimetria), che nella normalità ha valori sopra il 95% (di norma 98-99% per soggetti sani), al salire della quota scende sotto i valori che al livello del mare definiremmo fisiologici e ciò comporterà necessariamente alcune reazioni fisiologiche che andremo a vedere, ed una riduzione delle nostre performance.

E’ bene tenere presente però che alcuni soggetti, per condizioni patologiche pregresse o per predisposizione, sono particolarmente suscettibili a queste variazioni pertanto potrebbero avvertire i disturbi tipici del mal di montagna anche ad altitudini inferiori.

La velocità di ascensione, l’altitudine raggiunta, l’entità dell’attività fisica ad alta quota, l’allenamento e l’acclimatamento sono tutti fattori che contribuiscono all’incidenza e alla severità del mal di montagna: l’allenamento è una parte fondamentale della preparazione di un alpinista per l’alta quota ma…non basta.

Parlando proprio di adattamento alle nuove condizioni, vi sono alcuni meccanismi di compenso (non entriamo nei dettagli fisiologici) che possono rendere possibili lo svolgimento di determinate attività e tutti questi meccanismi vengono sintetizzati in una sola parola: “acclimatamento”.

L’acclimatamento

Per ottenere un acclimatamento adeguato, diversi studi riportano che dovremmo permanere alla quota desiderata per un periodo pari a circa 3 settimane: con questo non vogliamo dire che per fare il Monte Bianco dobbiamo dormire a Capanna Margherita per 3 settimane, ma nella considerazione che il nostro corpo tollera altitudini di 1000-1500 mt superiori (qualche dato riporta anche 2000 mt superiori) a quelle alla quale è acclimatato senza grossi problemi, possiamo intraprendere un programma di acclimatamento delineato, a titolo di esempio, come segue:

  • Due giorni saliamo a 3000 mt ma dormiamo a 2000 mt;
  • Uno o due giorni saliamo a 3500-4000 mt dormendo a 3000 mt;

ed a quel punto, avendo valutato la nostra performance nei giorni precedenti, se ci si sente in forma, possiamo essere pronti per andare oltre i 4000 mt con delle possibilità in più di non incappare in problematiche fisiche importanti (in vetta non oltre un certo orario … regola non scritta degli 8000 mt: non arrivare mai in vetta più tardi delle 14.00, potremmo adattarla anche ad un quasi 5000 mt?! A voi la scelta).

Normalmente i sintomi, se di lieve entità, tendono gradualmente a regredire fino a scomparire specie se si concede all’organismo riposo o comunque con il passare dei giorni e l’aumentare dell’acclimatamento. Se questo non accade, l’unica possibilità è quello di portare il soggetto ad una quota più bassa nel minor tempo possibile per consentirgli una ripresa normale dell’ossigenazione.

Le prime raccomandazioni che si possono fare quando si programma una uscita ad alta quota, è quella di raggiungere la meta prestabilita gradualmente, cercare di acclimatarsi in un arco di temporale quanto più ampio possibile: il processo di acclimatamento comincia già 24 ore dopo che siamo saliti ad una certa quota e si può considerare concluso dopo circa 3 settimane di permanenza in quota, come abbiamo già evidenziato.

Test Sul campo

Alcuni esperimenti da me condotti a quote che variavano da 1000 mt a 4000 mt mi hanno fatto molto riflettere sulle strategie da utilizzare per l’acclimatamento: spesso vediamo numeri riportati nelle varie riviste specializzate ma raramente ci soffermiamo sugli stessi e sempre meno pensiamo che tali condizioni potrebbero coinvolgerci direttamente.

Per provare a toccare con mano quello che si legge nei vari studi di settore, quest’anno, ho effettuato piccolo test sulla saturimetria e sul variare della stessa ad alta quota.

Premesso che mi sono allenato nei mesi precedenti con sport aerobici, ma con poco allenamento sulle montagne ed ho proceduto nella seguente maniera:

  • ho dormito la prima settimana a 1500 mt, la saturimetria registrata al termine di questa prima settimana era del 97%;
  • ho effettuato qualche escursione sopra i 2000 mt, mantenendo la saturimetria al 96%;
  • sono salito a 3000 mt due volte, e la saturimetria registrata è stata del 85%;
  • dopo 10 gg trascorsi dall’inizio dell’acclimatamento, sono salito a 3600 mt ed ho registrato una saturimetria del 83% (qualche giramento di testa in questa condizione c’è stato).

Un valore che in condizioni normali sarebbe da ricovero ospedaliero ed ossigenoterapia ma che, per chi ha la passione per l’alpinismo d’alta quota, è una condizione normale con la quale convivere e durante la quale effettuare salite con 1500 mt di dislivello e zaino sulle spalle.

Conclusioni

Traiamo le conclusioni: 10 gg di acclimatamento sono buoni ma non sufficienti per avere una condizione ottimale, l’allenamento aerobico serve molto (ricordiamo che il cuore è il muscolo più importante per l’alpinista) ma non basta.

Ultima raccomandazione: quando siamo in vetta siamo solo a metà del nostro percorso (cit.) … lasciamoci le forze per il ritorno o giriamoci prima. Gli alpinisti forti hanno rinunciato più volte ad una vetta di quanto hanno fatto alpinisti meno forti…ricordiamocelo, le montagne sono sempre là.

Il contenuto di questo articolo è a titolo prettamente informativo e non costituisce una base sufficiente per poter affrontare in sicurezza la montagna. Si invitano gli interessati a seguire appositi corsi organizzati dai professionisti del settore.

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