Camminare per le valli meridionali della provincia di Piacenza o seguirne i crinali, è come sfogliare un libro che racconta la storia di queste zone degli ultimi 5 milioni di anni. Tutta la zona come buona parte della pianura padana era un profondo e caldo golfo che ospitava molte specie di pesci, cetacei e di coralli.

Con il successivo sollevamento dell’ Appennino ed il conseguente ritiro delle acque, le valli hanno preso il posto del golfo ed i pesci in esso contenuti si sono adagiati sul fondo per poi fossilizzarsi col tempo.

Oggi questa straordinaria ed unica ricchezza è posta sotto tutela dalla riserva del Piacenziano, oggi Parco dello Stirone e piacenziano. La riserva istituita dalla regione nel 1995 si estende su due valli comprese tra i comuni di Carpaneto, Castell’Arquato, Vernasca e Lugagnano val d’Arda.


Le colline della valle che ospitano la riserva, sono modellate su dei terreni che hanno una età compresa tra 1,5 e 5 milioni di anni e che quando depositati erano il fondo di un braccio di mare che oggi chiameremmo Adriatico.

La peculiarità e le caratteristiche di queste valli hanno attirato la curiosità di tutti gli scienziati del mondo, da Leonardo da Vinci a Cuvier, da Mayer a Cortesi.

Il genio toscano li definì “nicchi” e ne lasciò traccia anche nel cod. Laicester: “vedesi inelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudine dejnichi e coralli intarlati ancora alli sassi de li quali, quando facevo il gran cavallo di Mjlano, nenne fù portato ungrà sacho nella mja fabbrica da certi villanj che in tal loco furò trovati”.

Col passare dei secoli, la fama e la straordinaria qualità dei ritrovamenti incuriosì anche lo svizzero Carl Mayer, il quale per primo nel 1858 ha indicato un periodo della storia della Terra, detto Piacenziano. “Piacenzianische stufe” o piano piacenziano poiché caratterizzato dalle argille grigio-azzurre di età tra i 3,5 ed i 2,5 milioni di anni fà.

Il contributo quantitativamente più importante in termini di risultati ottenuti nello studio del piacenziano si deve a Giuseppe Cortesi, consigliere del tribunale di Piacenza ed in seguito professore di paleontologia presso l’ateneo di Parma.

sede del Museo geologico G. Cortesi

All’inizio del’ 900 nasce il Museo di Castell’Arquato che oggi porta il nome di Giuseppe Cortesi. Attualmente ha sede nel antico Ospedale del S. Spirito, dove attualmente si trovano alcuni dei più importanti ritrovamenti animali e vegetali della zona.

Nella vallata sono ancora presenti le tracce di quei fenomeni che hanno contribuito al ritrovamento dei fossili quali ad esempio, rupi, calanchi e voragini tipiche di una geologia ancora relativamente giovane e di un sub-strato di rocce morbide e poco coese. Arrivano dalla zona alta v. Arda invece i fossili più significativi ritrovati in zona.

In una area di pochi kmq, nel corso degli ultimi decenni sono stati ritrovati numerosi fossili di una completezza e grado di conservazione raro a trovarsi.

Lo scheletro del m.te Falcone, il cranio fossile del rio Carbonari, una seconda balenottera nei presi del m.te La ciocca, un altro scheletro di cetaceo ritrovato a Prato Ottesola ed infine uno splendido esemplare di granchio hanno conferito a questa valle il titolo di “Golfo delle balene”.

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