Due nuove vie tracciate su due vette dell’Himalaya indiano. Questo il bottino con cui si è conclusa l’avventura nella Miyar Valley del team composto dalle guide alpine Alessandro Baù, Lorenzo D’Addario, Jerome Perruquet e Francesco Ratti. Una spedizione avviata a inizio settembre con il chiaro desiderio di aprire una nuova via, e al contempo dall’incertezza dell’obiettivo su cui concentrare le attenzioni: Neverseen Tower o Mahindra Peak?

“Sceglieremo la montagna e la parete che sarà il nostro obiettivo primario in base alle condizioni che troveremo al nostro arrivo”, dichiaravano alla vigilia della partenza dall’Italia. Cosa abbiano trovato una volta giunti a destinazione è rimasto un mistero per un lungo mese di silenzio. Rientrati in Italia, è tempo di scoprire come sia andata questa avventura autunnale, vissuta in un angolo remoto dell’Himalaya.

“La spedizione nella Miyar Valley – anticipa Lorenzo D’Addarioè per chi la percorre, un viaggio onirico di ricerca. Anche se la condizione umana per eccellenza, è essere perennemente in ricerca, il Miyar ti porterà a scoprire un mondo interiore che non sempre altri luoghi riescono a farti comprendere con tale chiarezza. La Miyar Valley è anche “Wind of Silence” e “Super Thuraya”, un granito incredibile, due linee stupende, nate da questo viaggio, su torri che rievocano il mondo magico di Peter Pan: Neverseen Tower & The Invisibile Tower. La Miyar se saprai entrarvi con lo spirito giusto, ti porterà ai confini di un mondo che abitualmente raggiungiamo solo con la fantasia”.

The winner is…Neverseen Tower!

Dopo un trekking durato una manciata di giorni attraverso la Miyar Valley, il team ha raggiunto il campo base (circa 4000 m) nel bel mezzo di una finestra di alta pressione. Occasione da non perdere per acclimatarsi. Con in testa l’idea di sondare le condizioni della inviolata parete sud-est della Neverseen Tower, hanno risalito il ghiacciaio del Takdung, raggiungendo la base della parete dopo 8 ore di cammino, con gli zaini in spalla carichi di materiale, pronti a installarvi il campo base avanzato. Le condizioni sono apparse buone, in mente ha anche preso forma una possibile linea di salita, ma prima di trasformare il sogno in realtà si è resa necessaria una ascesa di acclimatamento su una vetta meno impegnativa.

La scelta è caduta sul vicino “Enzo Peak”, con arrivo in cima attraverso la cresta sud-est, “facile e divertente ma ancora inviolata”, come racconta Francesco Ratti. Dopo essersi goduti il sole in cima, sono tornati al campo base avanzato per trascorrervi la notte e rientrare all’indomani al CB pronti a ricaricare le pile in attesa di una nuova finestra di bel tempo.

“La salita alla Neverseen lungo la parete sud-est è stato un bel rebus – commenta Alessandro Baù – . Forse la cosa più complicata è stato decidere dove salirla. Durante il primo giro di acclimatamento l’abbiamo scrutata con attenzione alla ricerca delle fessure che ci portassero in cima. Nel pomeriggio, dopo aver salito il Granfather Enzo Peak, la luce era diversa e a causa dello zero termico alto, lungo la parete si erano formate delle colate importanti data la presenza dei nevai sommitali. Così la linea più logica che saliva un evidente diedro sul lato destro della parete è stata accantonata e abbiamo rivolto l’attenzione ai sistemi di fessure in centro parete e verso il colle che separa il Lotus Peak. Queste linee sembravano più impegnative ma asciutte e quindi anche più sicure per la caduta di pietre dall’alto. Ma come sempre la montagna stravolge tutti i ragionamenti”.

La finestra perfetta

La giusta finestra di bel tempo per realizzare un tentativo serio si è fatta attendere per oltre una settimana, caratterizzata da meteo instabile. Attorno al 20 settembre le previsioni annunciano finalmente qualche giorno di maggiore stabilità sulla Miyar Valley e i 4 tornano al campo base avanzato, ma qui il benvenuto si rivela meno piacevole delle attese.

“Quando siamo ritornati sul ghiacciaio della TaktungValley per salire la Neverseen – ricorda Baù – , lo zero termico era crollato di 1000 m e il plateau di ghiaccio era ricoperto di 10 cm di neve fresca caduta durante le recenti precipitazioni. La parete era incrostata di ghiaccio.”

“Abbiamo deciso lo stesso di salire – prosegue Francesco Ratti – e cercare di capire se la linea che avevamo sognato fosse fattibile. Saliamo lungo il canale fino al colle dove troviamo le vecchie corde fisse di un team di spagnoli saliti dal versante Chhudong, abbandonando poi il tentativo dopo aver salito solo un tiro della via”. Da qui la decisione di attaccare la parete in una zona più bassa rispetto al tentativo degli spagnoli, in modo da non interferire con quest’ultimo. Una porzione di roccia tra l’altro con una esposizione tale da garantire la fusione della neve caduta in poco tempo. Il primo giorno saliamo diversi tiri di corda e decidiamo di lasciare le nostre corde “fissate” nel punto più alto da noi raggiunto e di ridiscendere a dormire nelle nostre tende per poi risalire il giorno dopo lungo le corde e ripartire da dove avevamo lasciato la via”.

Il 21 settembre il cielo è sereno. Risalite nel minor tempo possibile le corde, il team riprende la salita, affrontando “un granito davvero bello”. Una ascesa “sempre divertente e mai troppo difficile”. Nel pomeriggio il vento inizia ad alzarsi e il freddo diventa pungente, ma trovandosi ormai sulla cengia sotto la cima, dove era stato individuato un buon posto per bivaccare, decidono di continuare. Restano ormai solo 2 tiri per raggiungere la cresta sommitale.

“Il primo tiro dopo la cengia presenta fessure intasate dal ghiaccio ma con un po’ di pazienza riesco a farmi strada attraverso di esse e a fare sosta proprio sotto la cresta che ci condurrà in cima”, racconta Ratti. “Così alle 2 del pomeriggio del secondo giorno abbiamo raggiunto la cresta nevosa sommitale – prosegue Baù – . Ci siamo goduti la vista sulle valli adiacenti e abbiamo iniziato le doppie, attrezzandole mediante spuntoni, chiodi e dadi incastrati. Siamo tornati poco prima del buio alle tende, infreddoliti ma felici di aver compiuto la quarta salita della montagna e risolto elegantemente il rebus dell’inviolata parete sud-est”.

La via aperta sulla Neverseen Tower viene ribattezzata “Wind of Silence”, “perché il vento e il silenzio di questa valle remota ci hanno accompagnato lungo tutta la salita”, il commento di Francesco Ratti. Una via aperta in stile alpino senza fare uso di spit ma solo di chiodi e protezioni veloci.

Secondo round nella Miyar Valley: Mont Maudit

Il secondo obiettivo della spedizione si è rivelato un fuori programma: il pilastro sud-ovest del Mont Maudit. Una vetta posizionata un po’ più in basso della Neverseen Tower, già salita in passato dal versante Chhudong. Mai salito invece il suo maestoso pilastro di 5.400 metri che si erge sul versante Takdung. “Fin dalla nostra prima ricognizione nella valle aveva attirato la nostra attenzione ed è sempre rimasto nelle nostre menti come progetto alternativo o complementare a quello sulla Neverseen Tower”, dichiara Ratti.

La seconda avventura ha inizio il 25 settembre. “Dopo un primo giorno in cui abbiamo scalato sotto un leggero nevischio e un vento freddo, il secondo giorno è andato meglio – racconta Jerome Perruquet – . Siamo partiti dalle tende alla base della parete sotto un bel cielo stellato. Abbiamo salito poi tutta la via, in totale 8 tiri, trovando una roccia eccezionale”.

Al calare del sole sono in cima. Tempo di abbracciarsi e il vento gelido segnala che sia il momento di scendere, battendo non poco i denti fino all’arrivo alle tende. Nel corso della discesa vengono attrezzate le soste con uno spit, per rendere le operazioni più veloci e sicure, anche per eventuali futuri ripetitori. Un’ultima notte trascorsa sul ghiacciaio ed è tempo di scendere al CB e prepararsi al ritorno alla civiltà.

“Ci siamo veramente divertiti – conclude Perruquet – anche qui non sono mancati gli intoppi, ma fa parte del gioco. Salire anche una seconda via nuova è stata proprio una gran soddisfazione, in più è uscita una bellissima via, su una cima inviolata.”

La seconda via viene ribattezzata “Super Thuraya”, da “super” per la qualità della roccia e “Thuraya” in onore della compagnia di telefonia satellitare il cui uso è vietato in India, che ha creato al team non pochi problemi al rientro (ma questa è un’altra storia).

Il team ringrazia per il supporto offerto alla “Miyar Expedition 2023”: Camp, Chillaz, Climbing Technology, Dynastar, EATfreedom, Grivel, HDry, La Sportiva, Maxim Ropes, Millet, Montura, Panorama Diffusion, Reload, Salice occhiali, Samaya, Scarpa, The North Face, Vaude.

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