Ippopotami in Appennino? Forse non ci crederete, ma un tempo l’Appennino era davvero popolato da questi particolari mammiferi. 
Il più comune e significativo fu l’Ippopotamo europeo (Hippopotamus antiquus), una specie che visse in gran parte dell’Europa durante il Pleistocene inferiore-medio (2,1-0,4 milioni di anni fa). 

L’areale di questo ippopotamo era spaventoso e spaziava dalla Penisola iberica ed italiana, le Isole britanniche fino alle zone del Reno in Grecia arrivando addirittura fino al Caucaso in Georgia e forse Israele, anche se molti paleontologi considerano questa una diversa specie chiamata H. behemoth

Ma perché questo areale assurdo? Sembrerebbe che la sua distribuzione fosse controllata dalla temperatura e probabilmente raggiungessero le zone più a nord durante i periodi più caldi. 

Inoltre la distribuzione sembra essere stata graduale: i fossili più antichi provengono da rocce di 2 milioni di anni fa e sono state scoperte in Grecia e proprio in Italia, più precisamente nelle località di Valdarno, Coste San Giacomo (Anagni), Chiusi e, più recenti (700.000 anni fa), presso Colle Curti in provincia di Macerata. I reperti più antichi nella Penisola iberica sono datati circa 1,7 milioni di anni fa mentre sembrerebbe che 1,1 milioni di anni fa essi attraversarono le Alpi fino a popolare Francia, Germania, Paesi Bassi e Gran Bretagna. I resti più recenti sono datati 400.000 anni fa e considerando che i resti più antichi di Ippopotamo comune in Europa sono datati 500.000 anni fa si è ipotizzata una possibile coesistenza di entrambe le specie, anche se molti hanno numerosi dubbi. 

Questo ippopotamo è strettamente imparentato con il gigantesco Hippopotamus gorgops, ancora oggi considerato il più grande mai esistito, e forse era un suo discendente. 

L’Ippopotamo europeo era molto più grande della specie oggi ancora esistente, raggiungendo 3.500-4.200 kg di massa corporea. Inoltre il suo cranio era più stretto ed allungato, con un neurocranio più corto. Studiando la posizione degli occhi, situati molto più in alto, e le ossa metapodiali, che erano più corte, si ipotizzò che fosse molto più adatto alla vita acquatica della specie odierna e probabilmente la sua dieta era composta principalmente da piante acquatiche. 

Resti di tagli suggeriscono che fossero stati macellati da specie arcaiche del genere Homo, in particolare su resti di individui giovani che presentavano segni lasciati da utensili in pietra, tuttavia non è chiaro se questi fossero stati predati o fossero semplicemente carcasse. Tuttavia è altamente improbabile che cacciassero abitualmente individui adulti sani, considerando quanto aggressivi e pericolosi siano i loro parenti odierni e quanto i primi fossero grandi il doppio. 

La seconda specie di ippopotamo è molto particolare ed è endemica della nostra Sicilia, stiamo parlando dell’Ippopotamo nano della Sicilia (Hippopotamus pentlandi) vissuto nel Pleistocene medio-superiore. 

Nonostante raggiungesse appena 1100 kg resta comunque il più grande ippopotamo nano insulare del bacino mediterraneo. 

Le sue origini sono discusse e si pensa che arrivò in Sicilia dall’Africa tra 250.000-150.000 anni fa grazie alla crisi di salinità del Messiniano che descrivemmo nel capitolo della Rovella, ipotizzando una discendenza dall’Ippopotamo comune piuttosto che da quello europeo. Rispetto alle specie descritte questo “piccolo” animale aveva un muso più corto, le regioni occipitale e nasale più sviluppate, il processo mastoideo ingrandito, la fila dentale accorciata, il condilo della mandibola basso e le orbite elevate. Visse un ambiente popolato da varie specie come Elefanti nani (Palaeoloxodon mnaidriensis), Uri (Bos primigenius), Cervi nobili, Bisonti delle steppe (Bison priscus), Daini, Cinghiali, Orsi bruni, Lupi, Volpi rosse, Iene delle caverne (Crocuta crocuta spelaea) e Leoni delle caverne (Panthera spelaea). Probabilmente si nutriva similmente all’Ippopotamo comune, pascolando basse piante, e si ritiene possa essere stato l’antenato dell’Ippopotamo nano di Malta (Hippopotamus melitensis), ancora più piccolo di quello siciliano. 
Si estinse circa 71.000 anni fa all’inizio dell’MIS 4, ovvero stadio isotopico marino. Al variare della temperatura dell’acqua marina variano anche il rapporto degli isotopi 16O, 17O e 18O dell’ossigeno contenuto nella calcite dei sedimenti oceanici e accumulatasi in particolare nei gusci dei foraminiferi calcarei vissuti nei vari periodi. Generalmente la distribuzione di tali isotopi è rispettivamente circa 99,7%, 0,04 % e 0,20% nell’atmosfera ed, analogamente, nelle acque. Tuttavia i cambi di temperatura possono far variare queste distribuzioni, in particolare quelle dell’isotopo 18O, più comune nelle acque fredde. Analizzando il diverso rapporto tra gli isotopi dell’ossigeno sia nel carbonato di calcio contenuto nella calcite dei sedimenti che in quello contenuto nei gusci dei foraminiferi fossili, e conoscendo la relazione tra la curva di distribuzione percentuale degli isotopi e la temperatura, si può risalire con precisione alla temperatura delle acque marine del periodo in cui questi foraminiferi vissero. 

MIS 4 corrisponde al periodo di glaciazione Würm (111.000-11.700 anni fa) ed è ancora oggi considerata l’ultimo periodo glaciale della Terra. L’ippopotamo ancora oggi è in pericolo di estinzione soprattutto per la caccia alle loro zanne, dovuta soprattutto al divieto di commercio delle zanne degli elefanti. Tuttavia giornate come questa servono per ricordarci la loro importanza nel delicato ecosistema africano e a fare degli sforzi per salvaguardare queste ultime due specie rimaste. 

Articolo a cura di Marco Giorgi

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