Il verde pendio del Terminilletto rifulge sotto i raggi del sole di mezzogiorno. Lungo il sentiero che conduce al rifugio Massimo Rinaldi (2.108 m), si dipana una fila disordinata di formichine colorate, attrezzate con scarponi, zaini e tanta voglia di fuggire dal caldo della città. Nel piazzale della Malga sono tanti i camper, giunti nelle prime ore della domenica, per godere di una giornata in alta quota.

Nell’aria inizia a espandersi l’odore di brace. Il vialetto di accesso al Centro Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci”, risuona del rumore delle valigie trascinate controvoglia verso le auto. I corridoi della storica struttura, situata a circa 1.700 metri ai piedi del Monte Terminillo, tornano silenziosi dopo una settimana di vivace rinascita.

La Summer School “Raccontare l’Appennino” è ufficialmente giunta al termine, è ora di tornare a casa, con un carico di panni da lavare e di ricordi, che faranno compagnia sulla via del ritorno, accompagnati dal sottofondo di una playlist musicale.

Una nuova primavera per il Centro Appenninico del Terminillo

Dal 2 al 5 luglio, porte e finestre del Centro Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci”, sono tornate ad aprirsi dopo la chiusura dei mesi invernali, per accogliere i partecipanti alla Summer School “Raccontare l’Appennino”, promossa dal corso di Laurea in Scienze della Montagna e dell’Agricoltura dell’Università degli Studi della Tuscia (sede di Rieti). E forse anche più di qualche mese.

“Dal Covid abbiamo avuto sempre meno ospiti”, raccontano i tecnici del Centro Appenninico, una struttura che per decenni è stata vivace sede di attività laboratoriali.

Ex caserma di epoca fascista, abbandonata dopo la caduta del regime, fu convertita nel secondo Dopoguerra, per iniziativa del reatino Carlo Jucci, Professore Ordinario di Entomologia agraria all’Università degli Studi di Pavia, in un centro a disposizione di ricercatori impegnati in studi sull’ambiente montano. Dal 1978, a seguito di un contratto di compravendita, il Centro è divenuto proprietà dell’Università degli Studi di Perugia.

La sua Foresteria ha accolto diverse generazioni di studenti e ricercatori. A raccontare la vita del Centro sono i laboratori, che ancora conservano, tra scaffali e armadi in legno, campionamenti botanici, collezioni entomologiche, fossili, pubblicazioni e libri risalenti fino agli anni ’50. Nei corridoi si percepisce l’odore dell’alcol utilizzato per conservare i reperti, e della carta utilizzata per preparare gli erbari. Negli ultimi anni quei corridoi odorosi riecheggiano spesso di un profondo silenzio.

Quale location migliore per una Summer School che si ponga come obiettivo quello di dare voce ai territori montani, fornendo strumenti e tecniche utili a diventare storytellers dell’Appennino! Una terra caratterizzata, come evidenziato dal recente Rapporto Montagne Italia 2025, da un progressivo abbandono, contrastato da tenaci tentativi di “restanza” o “ritornanza”.

4 giorni per diventare storytellers d’Appennino

Per una settimana, il Centro Jucci è tornato ad animarsi, diventando casa e laboratorio di scrittura, per i futuri storytellers dell’Appennino.

Una prima fase del corso è stata dedicata a una introduzione all’ambiente appenninico e allo storytelling multimediale. Protagonisti numerosi docenti: Alfredo Di Filippo (Presidente del Corso di Laurea in Scienze della Montagna e dell’Agricoltura, UNITUS); Gianpiero Andreatta (Generale di Brigata e Comandante della Scuola Forestale dei Carabinieri di Cittaducale); Enrico Menduni (Sociologo e saggista); Giovanni Vetritto (Consigliere, Presidenza del Consiglio dei Ministri); Luigi Iozzoli (Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano); Luigi Ariemma (conduttore e autore radiofonico di Radio Capital); Stefano Pozzovivo (Conduttore e autore radiofonico di Radio Subasio); Paolo Di Lorenzo (Giornalista, inviato e conduttore del TG5); Elisabetta Zavoli (National Geographic Explorer, fotografa divulgatrice) e Francesco Martinelli (Naturalista e divulgatore scientifico).

Definite le basi teoriche, gli apprendisti storytellers sono entrati in azione, raccogliendo sul territorio montano reatino testimonianze, documentazioni fotografiche, dati e informazioni per arrivare a raccontare al pubblico una storia d’Appennino. Anzi, cinque.

Piccole grandi storie d’Appennino

C’è chi ha raccontato figure del passato, fortemente legate all’area reatina, come Nazzareno Strampelli, agronomo e genetista, inventore del Grano Cappelli. E Pietro Dohrn, biologo marino, tra le figure più importanti della storia dell’ecologia. Storie ritrovate grazie alla disponibilità di un narratore del presente: il dott. Roberto Lorenzetti, storico, già Direttore dell’Archivio di Stato Rieti

C’è chi si è dedicato invece alla elaborazione del ritratto di una figura contemporanea. Come Silvia Nulli, “l’erbaria di Roccaranieri”, architetto e appassionata di erbe spontanee, con conoscenza approfondita di piante selvatiche alimurgiche e del loro utilizzo in cucina.

Chi, con il supporto del Dott. Massimo Pecci, geologo, ricercatore del Comitato Glaciologico Italiano responsabile da circa 30 anni del monitoraggio del ghiacciaio del Calderone, ha affrontato il tema del ghiaccio e della neve, e dei loro mutamenti nel tempo, sulle vette d’Appennino.

C’è poi chi ha raccontato un luogo, meglio un insieme di luoghi, e la loro evoluzione. Come la storia dei monitoraggi meteorologici e climatici, condotti ancora oggi presso le sedi di Rieti, Pian De Rosce e Terminillo, del Centro Appennino del Terminillo “Carlo Jucci”, attraverso stazioni meteo e giardini fenologici.

Tra gli intervistati anche Emanuele Ludovisi, rifugista presso il Rifugio Massimo Rinaldi del Terminillo, uno dei rifugi sentinella del CAI. Ed Enrico Faraglia, imprenditore locale, autore di un libro sulla flora del Terminillo e fondatore di un Parco Avventura alla base delle piste da sci.

Il potere delle parole per il futuro dell’Appennino

Nella giornata di sabato 5 luglio, le storie d’Appennino raccolte ed elaborate dagli storytellers, sono state raccontate al pubblico presente in sala, tra le antiche mura dell’Abbazia di San Salvatore Maggiore a Concerviano (RI).

Un luogo, al pari del Centro Appenninico del Terminillo, che è sembrato rivestire un ruolo metaforico in questa esperienza. Un edificio medievale, costruito dai monaci benedettini sui resti di una villa romana, caratterizzato da una lunga storia di trasformazioni e riadattamenti, fino all’abbandono di inizio Novecento. Il conseguente degrado della struttura è stato arginato da un importante intervento di restauro, avviato negli anni Ottanta dal Comune di Concerviano.

Un luogo di rinascita, come ci si augura che possa accadere, grazie anche al potere delle parole, per i tanti angoli di Appennino che, lentamente, sembrano affievolirsi come candele da ravvivare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *